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SANDRO TORRISI: SOLO L'UOMO UMILE PUO' ESSERE PORTATORE DI LUCE

Osservando l’opera «Portatore enoico di luce», dell’artista Paolo Menon, vi ho tratto l’impressione che solo l’uomo umile può essere portatore di luce. La figura umana ha tre caratteristiche: è nuda, l’assenza del vestito non permette di identificare socialmente l’uomo, nell’accezione di creatura umana, ma mi rammenta che qualunque uomo può essere o divenire portatore di luce; è piegata su se stessa, è una creatura che non cerca le luci della notorietà, piedistalli sui quali ergersi, ma sceglie, saggiamente, la strada dell’umiltà, del nascondimento, non per fuggire il mondo per debolezza, ma per scoprirsi e per svelare la Verità che l’essere umano, di ogni tempo e di ogni latitudine, cerca;  ha il volto appena abbozzato, perché chiunque può essere un portatore di luce e la millenaria storia dell’uomo ci ha consegnato splendidi «volti» di laici, come di religiosi (Gandhi, Madre Teresa di Calcutta, Martin Luter King, Francesco d’Assisi e i tanti che la polvere del tempo ha coperto…).

Continuando a osservare quest’opera, scorgo che la figura umana esprime una grande armonia, generata dalla serenità nonostante l’apparente peso recato sulle spalle che, per quanto schiacciante, non è causa di sofferenza, ma al contrario manifesta gioia, perché l’uomo dona il frutto della sua ricerca interiore e, il «luminoso» tesoro scoperto, lo offre a quanti vorranno vivere una vita di luce e non di luci. Il «luminoso» dono che offre avviene per mezzo di una coppa che poggia sulle spalle: essa è molto simile, per la forma, ad un calice di vino e ben sappiamo quanto l’immagine del calice è ricca di significati sia religiosi che sociali, accomunati però da un unico significato: libera e gioiosa offerta. In ambito religioso, Cristo offre il suo sangue per la salvezza dell’uomo, in ambito sociale il calice di vino è offerto per sottolineare la gioia di un grande evento. Quale può essere il più grande evento, per la vita di ogni uomo, se non la Luce, che è figlia della Verità? 

 

BREVE RIFLESSIONE INNANZI ALL'OPERA «DIBATTITO SUI BACCANALI ABOLITI
(186 AC - 2010 DC)» DELL'ARTISTA PAOLO MENON

Ritrovarsi al centro dell’opera «Dibattito sui baccanali aboliti (186 aC-2010 dC)» è stato, inizialmente, come ritrovarsi in un Parlamento poco civile. L’opera, nelle espressioni dei suoi venti personaggi, si presenta come una istantanea della nostra quotidianità. Tutti in piedi, ognuno vestito alla medesima maniera, nella foggia dell’abito come nei colori, tutti omologati per paura di essere se stessi, impugnando il Tirso – simbolo fallico, di prosperità e abbondanza – ma nell’opera sembra voler significare l’acquisizione di un potere, non come signum di una responsabilità affidata, ma come potere per curare i personali interessi. Guardare, osservare, i venti volti, è come guardare i volti di quanti sono stati chiamati a gestire la Res pubblica e i loro volti appaiono brutti, privi di armonia e contratti, perché in loro manca l’Amore, che è la luce di ogni servizio e, quindi, non sanno o non vogliono occuparsi e preoccuparsi dei nostri molti giovani, i cui volti appaiono spenti, senza speranza, disgustati, addolorati, rassegnati e, molto spesso, «gettati» nelle sabbie mobili di una pseudo-cultura della vita che, ironia della sorte, la stessa classe politica ha promosso. Bene lo testimoniano le mani insanguinate, che fanno capolino tra una statua e un’altra: esse appaiono come le mani di Caino.

Testo di Sandro Torrisi
docente di letteratura e lingua italiana

Nella foto, il suggestivo notturno della città di Lecco fa da sfondo alla lampada da tavolo «Portatore enoico di luce» di Menon, ripresa di spalle dalla sponda opposta di Malgrate. L'immagine è tratta dal pamphlet «L'Uomo, da Dioniso a Cristo», concernente l'ultima doppia esposizione di scultura ospitata sia nella prestigiosa Quadreria di Malgrate (arte dionisiaca) sia nella Basilica di S.Nicolò di Lecco (arte sacra).

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