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QUANDO IL VINO SEDUCE L'ARTE

Per i cultori del vino considerare una bottiglia come un’opera d’arte forse non suona come stranezza, velleità, esagerazione. Per la maggior parte delle persone, anche coloro che si professano estimatori della bevanda bacchica, e a tavola non rinunciano mai a un buon bicchiere, il pensiero che una bottiglia trascenda se stessa e una volta vuotata abbia ancora qualcosa da dire, da raccontare, potrebbe essere non così immediato. Eppure capita di leggere una bottiglia non già il per il nome, non già per il produttore, non già per il vino in sé, ma solo perché catturati dall’etichetta che la veste e proprio nel momento in cui si versa l’ultimo bicchiere, il pensiero di doverla buttare ci sorprende con una punta di tristezza. Pensiero condiviso da molti, lo abbiamo scoperto con stupore parlando con persone le più diverse, anche con i più insospettabili… Così, c’è quello che colleziona bottiglie, proprio le bottiglie, perché ha paura che nel tentativo di staccare l’etichetta questa si strappi, chi addirittura esce dal ristorante portandosi via la bottiglia vuota, c’è quello che conserva etichetta e tappo di sughero, c’è quello che tiene un diario posizionando l’etichetta nel giorno esatto in cui ha bevuto la bottiglia e scrivendo sotto con chi e dove…
Insomma, quando ci siamo trovati tra le mani questo bellissimo libro del giornalista Paolo Menon, non ci siamo stupiti affatto che qualcuno andasse in giro da vent’anni per l’Italia a far collezione di etichette artistiche. Artistiche in senso alto, ovvero pensate e realizzate da pittori e disegnatori, scultori, incisori e illustratori, poeti e scrittori. Sì, certo, sapevamo che molti artisti si erano cimentati nel “riempire” d’arte quel rettangolino di carta, ma mai avremmo creduto che fossero stati così tanti nel tempo e quale bellezza si potesse rappresentare in uno spazio sì angusto. Così, sfogliandolo, scopriamo nientemeno che Guttuso alle prese con il Libecchio, bianco di Sicilia; Andrea Zanzotto firma dei versi inediti impressi su una sfoglia di terracotta che viene apposta sul Vino del Duca, un Prosecco di Valdobbiadene; Giorgio Forattini in occasione dei Mondiali del 1990 immortala i politici italiani in pantaloncini e maglietta azzurra su undici bottiglie di Chardonnay toscano, disegnando a suo modo la Nazionale, con De Mita in porta e i vari Spadolini, Craxi e Forlani al posto di Rossi, Antognoni e compagnia; una splendida etichetta in metallo dorato del Cuvée Imperiale Berlucchi si deve ad Arnaldo Pomodoro, mentre i Vini della Pace della Cantina di Cormòns hanno ospitato e ospitano tuttora opere di artisti da tutto il mondo, di cui la collezione Menon dà ampio conto: da Dario Fo a Giacomo Manzù, da Mimmo Rotella a Michelangelo Pistoletto. E poi ancora Missoni, Altan, Emilio Tadini, Boptero, Enrico Baj…
Una galleria di nomi e di opere così lunga e affollata tale da rappresentare quasi la summa dell’arte della seconda metà del Novecento, in tutte le sue branche: difficile dire a questo punto se sia stato più forte il desiderio dei produttori di nobilitare il proprio vino con la firma degli artisti o piuttosto questi ultimi a non poter rinunciare al privilegio magico di ritrarre Bacco.

RASSEGNA STAMPA
Testo di Carlo Flamini
Da: “In libreria – Per vino e per segno”, Il Corriere Vinicolo, n.8, 1 marzo 2004.