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DOMENICO PISANA: PIETRE D’INCIAMPO DI MENON TRA TEOLOGIA DELLA CROCE E METAFISICA

<< Una poesia fortemente impregnata di riflessi religiosi e immersa dentro un circuito ecumenico ove la parola assume una fisionomia speculativa e integrata da una vitalità d’immagini, di sentimenti e di rilevanti valenze lessicali e liriche, è quella che Paolo Menon offre al lettore nella sua silloge «Pietre d’inciampo», Bellavite Editore, 2018.

L’autore, che vive a La Valletta nel Lecchese, giornalista professionista e già grafico redazionale della Rizzoli, ha alle spalle una nutrita serie di pubblicazioni, e dal 2010 è membro della «Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente» di Milano.

Senza dubbio con questa raccolta poetica, introdotta da un saggio di Rita Mascialino, Menon consegna al lettore un libro da non lasciare negli scaffali, essendo molto interessante e costruito come via d’accesso alla fenomenologia dell’esistenza dalle sue origini fino a quell’«Oltre» verso il quale ogni uomo, al di là dei suoi aneliti ispirativi, guarda come orizzonte di senso.

Il titolo dell’opera è emblematico nella sua semantica e contiene in sé già una dichiarazione di poetica. L’«inciampare» in qualcuno, in qualcosa appartiene al realismo di ogni vissuto, ma in Paolo Menon ha il sapore di un richiamo teologico, che ci riporta, a mio giudizio, non

solo alle Pietre d’inciampo dell’artista tedesco Gunter Demnig, che le utilizzò per «conservare nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti», quanto ai testi della Scrittura richiamati rispettivamente nella Prima Lettera di Pietro e nella Lettera di Paolo ai Romani: «la pietra che i costruttori hanno scartata è divenuta la pietra angolare, sasso d’inciampo e pietra di scandalo ( 1Pt, 2-7-9 ); «Ecco, io pongo in Sion una pietra di scandalo e un sasso d’inciampo; ma chi crede in lui non sarà deluso (Rm 9, 32-33).

La pietra, nella sua trasfigurazione simbolica, è dunque, nella silloge di Menon, una «categoria lirica» portante, attorno alla quale ruota la sua versificazione che connota la Weltanschauung di tutta la struttura teologica dell’opera; non è un caso che la poesia «Pietre d’inciampo», che richiama le attraversate dei migranti, sia collocata come poesia di apertura del volume:

 

«Fatiscente, il barcone approda gravido di corpi

madidi di vita al grembo trinacrio.

Centinaia di braccia agitano afrori nello scirocco

e sguardi calamitanti ignudano pudori e paure.

Affollate, le solitudini implorano mugghiando

An-najdah(Aiuto!) per poi finire in shukran lak (Grazie)…

(da: Pietre d’inciampo)

 

Ad una lettura epidermica di questo incipit poetico, tutto porterebbe a delle riflessioni sulla tragica problematica dei migranti, ma l’intento del poeta Menon è molto sottile e si muove nella direzione della rappresentazione di una verità forte e complessa, specie sul piano della fede cristiana cattolica, e che si può racchiudere in due parole: «scandalo» e «stoltezza».

E qual è la verità? Se lo chiede, ad esempio, il poeta Menon nella poesia che apre il poemetto della seconda parte del volume, dal titolo «Rispondimi»: La verità è / che da figlio di Dio / ripugni il suo calice / ma poi ne bevi tutto l’amaro / accettando d’immolarti / per la stessa gente / che ora, per odio, / sta chiedendo / a gran voce / la tua crocifissione»!

La verità qui si offre, sia ai cristiani che ai credenti di altre religioni, sia ai non credenti, come uno «scandalo». Etimologicamente lo scandalo è l’inciampo, qualcosa che trovi sulla strada in modo imprevisto e ti fa cadere. E che cosa è che cade, che non regge, davanti a Gesù?

Non regge il fatto che gli ebrei si trovano davanti un Dio che muore in croce (la crocifissione era la morte dei maledetti da Dio) rimanendo così scandalizzati, sentendosi offesi a livello di ragione, così da dire: tu, Gesù, non puoi essere Dio! Da qui la seconda parola: «stoltezza». Solo uno stolto, uno stupido, secondo la mentalità ebraica, poteva pensare che la salvezza potesse venire da un Dio crocifisso.

Anche l’uomo della contemporaneità è portato a pensare la stessa cosa, e cioè che è «stoltezza» il pensare che la salvezza ai problemi della società del nostro tempo possa venire dall’insegnamento e dal vissuto di un Dio crocifisso in Gesù e divenuto lui stesso «Pietra d’inciampo» poiché ha proposto un messaggio scandaloso, ossia perdonare, non vendicarsi dei nemici, porgere l’altra guancia, amare l’altro, farsi prossimo, accogliere il diverso; insomma di un Dio che risulta, ancora oggi, «scandalo» perché invita a cambiare le cose mediante la conversione del cuore umano.

Ecco, io credo che il senso poetico della silloge «Pietre d’inciampo» di Paolo Menon sia tutto riflesso nella visione del Gesù «scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani” come afferma san Paolo; e tutta la seconda parte del volume, «Rispondimi», che si dispiega con una struttura poematica è, del resto, una forte provocazione a chi non vuole piegare la propria ragione e aprire il cuore a questa prospettiva del «Gesù pietra d’inciampo divenuta testata d’angolo».

In tutte le liriche della raccolta risulta presente una critica alla mentalità del nostro tempo, tutta radicata nella potenza e nella forza piuttosto che nell’amore, nell’avere più che nell’essere, nell’apparire più che nel donare, salvo poi a vedere uomini e donne indignarsi di fronte alle discriminazioni razziali, la povertà, le ingiustizie, le morti in mare dei migranti:

 

(…) «Come sempre l’uomo s’indigna, stigmatizza,

biasima e condanna ogni discriminazione razziale

e tuttavia ostacola con pietre d’inciampo

l’avanzare degli ultimi, degli accolti per legge,

degli schiavi libèrti, dell’umanità dolente

ostaggio della tratta, per poi nascondere la mano

 

caina nella sapienza avvolgente e suprema

dei magisteri etici, scientifici e umanistici.

Già: il nuovo umanesimo – ‘salva, ma

Non accogliere!’ – raggiunge la piazza mediatica

rassicurante, adiuvante, plaudente e… assolta

perché pietra non sussiste su cui inciampare».

(da: Pietre d’inciampo)

 

Il cuore dell’uomo di oggi, che parla tanto di umanità e solidarietà, è invece, sembra dirci il poeta, una tomba ricoperta da un masso sepolcrale; l’uomo parla di salvezza ma non vuole accogliere; plaude alla solidarietà ma quando «inciampa» nei diseredati, negli abbandonati, nei poveri e negli indifesi, negli emarginati e nei migranti si chiude nell’esercizio delle argomentazioni etiche, scientifiche, giuridiche per giustificare se stesso, crocifiggere chi chiede aiuto (Che male ho fatto – grida costui come Gesù!) e magari versando lacrime mentre «Sulle rubre acque / sepolcrali …una corona / di fiori bianchi / a galleggio» si inabissa «come cometa / nelle oscure cripte / dei fondali / dove ninnano silenti / i rimpianti / e il perpetuo moto / delle correnti» (da: «Cometa»).

La denuncia di questa discrasia mi sembra la prospettiva entro cui si colloca il poetare di Paolo Menon, il quale sembra attestare che il cristiano, solo quanto vive realmente il suo «essere cristico», turba, diventa scomodo perché non accetta il male e l’ingiustizia, per cui, opponendosi a tale discrasia, si fa «scandalo», «pietra d’inciampo» come il Cristo; diventa insomma un perseguitato.

Il vero umanesimo cristiano non è quello chiacchierato, ma quello di chi non guarda la pagliuzza nell’occhio dell’altro, risponde al male con il bene, all’odio con l’amore, alla vendetta con la misericordia, al rifiuto con l’accoglienza, al punto da far dire al poeta «Sarei disposto a tollerare / persino il nemico eco-intollerante».

La silloge «Pietre d’inciampo» invita a riflettere sul fatto che laddove sembra esserci solo fallimento, dolore, morte e sconfitta, proprio lì c’è, invece, tutta la potenza dell’Amore sconfinato del Dio cristiano, perché la Croce è espressione di amore e l’amore è la vera potenza che si rivela proprio in questa apparente debolezza. La risurrezione di Gesù è l’invito all’umanità ad accogliere lo «scandalo e la stoltezza della croce» per rendere il mondo più umano e fraterno.

Leggendo le varie poesie del libro di Menon, troviamo in esso ora il poeta della parentesi (…«E ti prego: / non continuare a sorprenderti per ciò / che sei o che sono e che non siamo»…); ora il poeta della speranza («Ho incatenato il vento… Ho incatenato la tristezza / agli abissi del futuro / perché / la speranza rivivifichi come felce / nata tra i sassi del muro, in «Ho incatenato il vento»); ora il poeta che scava nel mistero della conoscenza con punte di sofferenza dilaceranti («Se tuo è il canto che s’alza / dalle aperte ferite, / anch’io voglio unire il mio»…); ora il poeta della fede inquieta, tormentata e carica di domande:

 

Con i relitti della fede ho costruito

ponti di speranza, chiedendomi:

cosa avrei potuto fare

– da solo –

se al ferro e al cemento

non avesse

provveduto Dio?

(da: Provvidenziale)

 

Ed è tutto uno «spazio di domanda» la seconda parte della silloge di Paolo Menon, ove il poeta cerca risposte al tema del male nel mondo con versi che riverberano un passo biblico del profeta Michea, ove si afferma «…Popolo mio che male ti ho fatto? In che cosa ti ho rattristato? Rispondimi». (Mic 6,3)

In questo «spazio di domanda» Paolo Menon ripercorre le stazioni della Via Crucis, citando in nota ai suoi versi i 3000 morti sulle Torri gemelle di New York; gli iracheni (1.200.000) e i 3000 soldati morti durante gli scontri fra Sciiti e Sunniti; le 191 vittime delle bombe nei quattro attacchi coordinati al sistema di treni locali di Madrid; i 156 bambini uccisi dal terrorismo nella scuola elementare di Beslan in Russia; le 200.000 mila vittime del devastante tsunami abbattutosi nell’intera area dell’Oceano Indiano; i milioni di bambini morti, per fame, nel mondo; gli 850 morti in seguito alla decisione di Israele di reagire agli attacchi missilistici di Hamas contro la striscia di Gaza; i 170.000 mila morti ad Haiti a causa di un terremoto di magnitudo 7 della scala Richter; le 10.000.000 di vittime della grave siccità dovuta a La Nina registrata in Kenia, in Etiopia e in Somalia; le 10.000 persone morte a causa del sisma che colpì il Giappone Settentrionale causando lo tsunami con onde alte oltre 10 metri; i 64.000 mila caduti nella guerra infinita nello Sri Lanka tra cingalesi e tamil; i 70.000 mila morti nella guerra civile in Sudan e dove nel Dafur ne muoiono 10.000 al mese; i 15 mila migranti in fuga dalla guerra o dalla fame, risucchiati dal Mediterraneo al largo di Lampedusa.

Un quadro davvero drammatico che sconvolge e che risuona con dolore nei versi di questa silloge reclamando risposte, e che potrebbe indurre il lettore a considerare il poeta Menon un «uomo senza Dio» , un ateo che si scaglia contro un Dio indifferente al grido di dolore dell’umanità. In quella sua insistente richiesta, «Rispondimi», ma senza risposta, si potrebbe leggere una accusa a Dio, tipica di quel sillogismo del filosofo Epicuro, il quale, non illuminato certamente dal principio della libertà dell’uomo, affermava: «Dio o vuol togliere i mali e non può, o può e non vuole, o non vuole e non può, o vuole e può. Se vuole e non può, è impotente; se può e non vuole, è invidioso; se non vuole e non può, è invidioso e impotente; se vuole e può, come mai esistono i mali?».

In realtà la richiesta di Menon, «Rispondimi», è quella di ogni uomo di fede inquieto e alla ricerca della verità, verità che il poeta riconosce in Cristo, il quale accettò la follia del croce e bevve il suo calice.

Dalle XIV tappe di «Rispondimi» emerge la fede di Paolo Menon nel Gesù che carica sulle «spalle / sanguinanti / la pesante trave / umana per amore»; nel Gesù che attraverso la sua Kenosis, cioè l’abbassamento e svuotamento della sua divinità porta il peso dell’iniquità al punto da fargli dire «ci permetti invero / di superare l’orgoglio / per rialzarci / dall’autodistruzione»; nel Gesù che rivela «il volto del Padre» e che gli fa proclamare «sappiamo / che nell’amore / tu ci rivesti della dignità / di figli di Dio / e della sua grazia»; nel Gesù che non vuole «mostrare / al mondo / la (sua) tua deità scendendo / dalla croce»; nel Gesù che manifesta la paternità di Dio «là / dove sembra / essere stato sconfitto»; nel Gesù generatore di vita nuova attraverso la sua morte: «così vorremmo / fosse il nostro morire / per risorgere in te».

Certo, credere nella risurrezione come evento portante della storia non è facile. La risurrezione, infatti, non si comprende con un ragionamento, con un discorso filosofico, con un teorema di ingegneria intellettualistica; l’uomo, di fede o meno, deve confessare la sua incapacità a dimostrare razionalmente la risurrezione e concludere che essa è un grande mistero, come grande mistero rimane la questione del male che alcuni vorrebbero ritenere una argomentazione a supporto della non esistenza di Dio.

In quel «Rispondimi» di Paolo Menon si incunea sicuramente l’altra grande domanda dell’umanità: «dov’era Dio quando si consumava l’olocausto degli ebrei»? E’ una domanda forte che appartiene a tutti:  credenti, agnostici, atei. Spesso si è portati a pensare che qualcuno, il teologo o il filosofo o il poeta, abbia la risposta, ma così non è, perché, ad esempio, la teologia è «crocifissa», la teologia dice tacendo e tace parlando, è abitata – come sostiene Bruno Forte – dal paradosso, non è conoscenza luminosa ma resta una «cognitio vespertina», si muove nella penombra della sera, essa accende un desiderio della luce.

Il lettore di «Pietre d’inciampo» prova quasi disagio di fronte all’invocazione del poeta che dice, rivolto al Crocifisso, «Rispondimi», ma è un disagio composto, con il capo chino, senza alcun dito puntato, atteso che non è possibile trovare risposte esaurienti, e ciò, del resto, è un qualcosa di normale, perché – come diceva San Tommaso – il vero maestro non è colui il quale riesce a dare le risposte a tutte le domande con discettazioni forbite, ma chi sa accedere nel cuore e nella mente del proprio interlocutore il bisogno della ricerca, per poi lasciarlo nella sua autonomia di azione e di pensiero per trovare la risposta. E così, dunque, l’uomo, il credente, il non credente, il teologo, il filosofo, il poeta non possono avere la pretesa di circoscrivere in un frammento di pensiero l’Altro, l’Assoluto, l’Inconoscibile, il Mistero di Dio, ma devono lasciarsi abitare anche dal silenzio, devono camminare in punta di piedi sulla soglia del silenzio. Proprio come fa il poeta Menon che, nell’ordito dei versi della poesia che chiude la silloge, «Perché tentare è nascere», auspica sommessamente «nuove immagini, perché finalmente / nuovi segni, nuovi tratti – dice il poeta – solchino / la mia vita, per riuscire a sposare / il verbo con quel segno misterioso / che ho sempre cercato e / che, confusamente, fino ad oggi / mi ha parlato»…

Tutta la poesia finale si snoda dentro un’atmosfera allusiva («buio», «folla», «rabbia», «mani», «sentieri», «segni», «sete», «freddo», «ombra», «nuova nascita», «nuovo giorno»), atmosfera che dice come il poeta abbia lo sguardo rivolto verso un «Oltre», un «Assoluto», un «Dies natalis» considerato che intuisce che «qualcosa sta per nascere» e che bisogna non arrendersi di fronte al mistero del male e della morte, «perché tentare – dice il poeta – è nascere, osare è nascere / ed io voglio e vorrò / sempre nascere».

Alla radice della poesia di Menon c’è uno scavo umano e spirituale, c’è un’ermeneutica della vita alla luce del mistero della fede e dei suoi valori universali ed eterni. Egli entra, con uno stile volutamente allusivo e con una parola poetica di chiara immediatezza connotativa, nella «domanda–cruciale» che da sempre ha interessato l’umanità, al fine di porre il suo lettore, anche con l’ausilio di un apparato iconografico presente tra le varie parti del volume, di fronte al mistero del Dio crocifisso, non per denunciarne l’assenza, ma per svelarne il senso, l’orizzonte, la via quale possibilità per l’uomo di comprendere se stesso, la storia e il mondo a lui astante. Il tutto con una versificazione mai ampollosa, alchemica, ma poggiata su una struttura morfosintattica sicura, innovativa, che cerca di farsi spazio nell’anima del lettore, che cerca altresì «leb shomeha», cioè un cuore che si predispone ad ascoltare perché è un’avventura da vivere. >> (D.P.)

 

(Da: In punta di libro…  di Domenico Pisana - 6 luglio 2018 - https://www.radiortm.it/author/domenico-pisana)


CHI E' DOMENICO PISANA: è teologo morale, poeta scrittore e saggista, è nato nel 1958. Vive ed opera a Modica. Ha conseguito il Dottorato in Teologia Morale presso l’Accademia Alfonsiana della Pontificia Università Lateranense di Roma. E’ attualmente  docente formatore in assegnazione da parte del  Ministero dell’Istruzione e del’Università presso l’ADR, Associazione nazionale dei docenti di religione. Ha insegnato Etica Professionale, Morale Fondamentale e Bioetica nell’Istituto Superiore di Scienze Religiose «G. Maria Tomasi» di Ragusa. Insegna Teologia Morale nella Scuola Teologica di base della Diocesi di Noto.  E’ giornalista e  direttore responsabile dell’emittente radiofonica Radio Trasmissioni Modica, componente dell’Atism, Associazione Teologica Italiana per lo studio della Morale. Ha collaborato con la rivista di Letteratura «Avanguardia», con la rivista di letteratura e teologia «Oltre il muro» ed è presidente del Caffè Letterario «Salvatore Quasimodo» di Modica. Svolge cicli di lezioni in corsi di formazione pedagogico-didattica, seminari di studi e conferenze in convegni su temi di letteratura e teologia con studi su Quasimodo, Montale e sulla poesia dialettale e religiosa.  

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