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PAOLO MENON ESPONE 30 SCULTURE IN FRANCIACORTA

Paolo Menon è giornalista, scultore e grafico. In esposizione a Monticelli Brusati alcune delle trenta sculture provenienti dalla mostra "Dei Tirsi divini" dove ripercorre alcuni aneddoti dei seguaci di Dioniso. (...)

 

Che cosa ti ha fatto riavvicinare, dopo ben trent’anni, alla scultura?

 

Di sicuro il bisogno di aggiungere tridimensionalità e percezione tattile alla pittura e alla grafica, senza rinunciare a scrivere. Ma di tutte le esperienze professionali che fortunatamente negli anni mi hanno gratificato, quella che è riuscita a trasformare il mio segno in scultura è stata paradossalmente la parola scritta. Come dire: lo scrivere è altrettanto incisivo quanto lo scalpello.

 

Anche se in forma di scultura, “Dei Tirsi divini” è certamente un grande racconto: di che narra?

 

Sì, più sculture monotematiche dovrebbero indirizzare a una narrazione, altrimenti non avrebbero tanto senso. Nel mio caso – 30 sono per l’esattezza quelle che ho realizzato per la mostra sui “tirsi” – raccontano aneddoti sui seguaci di Dioniso riuniti nel tempio a lui dedicato, descritto da Erodoto quattro secoli prima di Cristo, ma già famoso nell’antichità quanto quello di Apollo a Delfi. Si narra, in buona sostanza, che durante i riti dionisiaci, l’oracolo versasse vino sull’altare e desse fuoco all’alcool in esso contenuto per poi presagire il destino del suo popolo divinandone le fiamme che mutavano forma allungandosi verso il cielo. Così, a mia volta e ironicamente, mi sono divertito a dare forma ai pensieri più surreali che animavano le mie letture o che immaginavo scorrere davanti agli occhi e nella testa dei fedeli proprio in quei momenti. Ogni quadro perciò racconta un loro pensiero…

 

In che modo la tua storia di scrittore e giornalista ritorna in questa nuova avventura artistica?

 

Per caso, anche se non ne sono convinto. L’ispirazione era nata nel 2003 con la lettura casuale di un’Ansa lanciata da Sofia che mi aveva stregato: la scoperta del tempio di Dioniso nella città morta di Perperikon – influente centro politico religioso dall’età del Ferro fino al Medioevo – sui Monti Rodopi in Bulgaria, ai confini con la Grecia. Tanto e tale è stato il mio interesse per l’inaspettato ritrovamento di questo sito che mi sono tuffato nella lettura di 48 canti de “Le Dionisiache” – ben quattro volumi pubblicati dalla Bur – composti da Nonno di Panopoli, poeta epico egiziano di lingua greca, vissuto nel V secolo dopo Cristo e successivamente convertitosi al cristianesimo. I testi non erano facili, per la verità, ma mi sono sforzato di entrare nei deliri e nel mito di un personaggio tanto scomodo quanto affascinante come dev’essere stato per l’appunto Dioniso. Le sorprese non si sono fatte attendere, i colpi di scena neppure, le tragedie e gli amori si sono sprecati tanto da voler ipotizzare un’opera per ciascun canto… Ma me ne sono bastate trenta per soddisfare il mio slancio creativo!

 

In questo ciclo, sacro e profano, mistico e pagano, reale ed onirico si intrecciano: da quale di questi aspetti antagonisti sei maggiormente attratto?

 

Mi attrae tutto ciò che appartiene al sacro e quello che inquietandomi lo profana. Mi affascinano il linguaggio e l’estetica dei segni così come la narrazione del mito – intesa come fiaba per adulti – che ha stregato generazioni di studiosi, politici, artisti e gente di ogni ceto sociale… Diciamo che mi attraggono tutti gli aspetti tra loro antagonisti che mi hai nominato e di cui non posso fare a meno nella mia quotidianità. Contraddizioni comprese.

 

Le tue opere raccontano chi sei o rappresentano i tuoi sogni?

 

Bella domanda! Direi che i miei lavori potrebbero anche somigliarmi come spesso accade ai figli che assomigliano ai padri. Ma non è sempre così. A prescindere dalle figurazioni oniriche e surreali dei miei soggetti, più realisticamente penso che questi raccontino le possibilità espressive della mia anima a nudo tra narcisismo e pudore.

 

Le sculture sono fatte di terracotta, legno, sugheri vinari e tralci di vite: in che cosa consiste, per te, “la sacralità della campagna e della Vite”di cui scrivi nelle tue note?

Sì, l’ho scritto e non faccio mistero di nutrire un profondo rispetto per la sacralità della campagna, specialmente per la Vite che poto e piego alle mie esigenze scultoree. Mi spiego meglio: quando assemblo nei miei altorilievi i tralci della vite alle terrecotte, i sugheri alle doghe vinarie intendo non solo testimoniare l’originalità, la bellezza e i frutti del Creato, ma soprattutto sottolinearne il Dna divino. Ho la fortuna di vivere con la mia famiglia nella quiete della bucolica Brianza, proprio nel cuore del Parco del Curone e di Montevecchia, e non vi è ragione diversa da quella estetica e poetica che muova il mio bisogno di operare nell’arte in simbiosi con la Natura e con Chi l’ha creata, oltre al piacere di raccogliere pigne, edera e alloro selvatico o assaporare more di rovo e bacche di sambuco lungo i sentieri boschivi di casa mia.

 

Stai ancora lavorando al ciclo “Dei Tirsi Divini” o sei alle prese con un altro progetto artistico?

 

“Dei Tirsi divini”, come ti dicevo, è un percorso onirico strutturato su trenta “spaccati” di vita quotidiana. Si oltrepassa inizialmente il “Portale del Tempio” dedicato a Ebe – la bellissima coppiera degli Dei – per giungere soltanto alla fine davanti al “Crepuscolo delle Baccanti”: una pala quest’ultima che riflette la decadenza del pensiero ellenistico anticipando l’avvento cristiano e un nuovo ordine che ho voluto simbolicamente rappresentare con una cinquantina di viti allineate perfettamente alla base della pala sotto un cielo drammaticamente sovrastato dalle icone della mitologia greco-romana in drammatica caduta.

Ora sto lavorando a un ambizioso progetto d’arte sacra: altare con relativa sede e ambone per due chiese cattoliche di una diocesi veneta. Spero si traduca in un buon lavoro, coadiuvato come sarò da alcune giovani promesse che si cimenteranno con me nell’esecuzione dei lavori come accadeva un tempo tra maestri d’arte e allievi di bottega; un modo come un altro per dare spazio ai ragazzi che mi chiedono di misurarsi con la loro vocazione artistica e i loro limiti, purché animati dalla volontà di imparare e scoprire i propri talenti.

 

Intervista di Giancarla Paladini

Da: "Ho riscoperto la scultura dopo trent'anni per dare una percezione tattile alla pittura"

© Il Brescia-E Polis, 17 aprile 2007

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