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A MENON IL «PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA» 2017 PER LA POESIA

Accademia Italiana per l’Analisi del Significato del Linguaggio ‘Meqrima’ Premio letterario nazionale «Franz Kafka Italia ®» VII Edizione 2017 – Sezione Poesie – Primo premio: «Della Vite il pianto e altre poesie (1967-2017)» di Paolo Menon 


Motivazione: «La silloge poetica di Paolo Menon Della Vite il pianto e altre poesie (1967-2017) Missaglia, Lecco: Bellavite Editore 2017: (Nota dell’Autore) si incentra intorno alla difficoltà del vivere una vita destinata a cessare per sempre e attorno alla positività del lieve stordimento dei sensi di cui fa dono all’uomo la vite producendo una tregua per quanto transitoria nell’ipersensibilità del poeta la quale acuisce il dolore del vivere. Frequenti sono i ritmi creati dall’iperbato [1] e dall’anastrofe che, sovvertendo l’ordine regolare dell’eloquio, consentono alla parola di esprimere al meglio l’alternarsi delle emozioni. L’enjambement [2], pure molto frequente, mai viene svilito a fredda e vuota tecnica esteriore, bensì è anch’esso sempre funzionale a creare lievi o meno lievi alterazioni dei ritmi respiratori in chi legga così da produrre un affanno, per quanto appena accennato, capace di dare più o meno intense e laceranti punte emozionali e sensuali, il tutto in un linguaggio dalle audaci anfibologie [3] e associazioni adatte a comporre una altrettanto audace visione del mondo interiore dell’uomo, nella quale l’arte dà composizione ai grandi quanto drammatici temi esistenziali». 

Prof. Dr. Rita Mascialino 

Dato il 21 ottobre 2017 a Udine 

 

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[1] Iperbato s. m. [dal lat. hyperbăton, gr. ὑπέρβατον, «trasposizione»]. – In genere, collocazione delle parole in ordine inverso dal consueto; diversamente dall’anastrofe, forma di «metatesi a contatto» che riguarda la disposizione reciproca delle parole di un sintagma ed è perciò un fatto meramente sintattico, l’iperbato è una figura stilistica, che costituisce una «metatesi a distanza» e consiste nell’inserire in un sintagma, o nel preporre a questo, elementi della frase da esso logicamente dipendenti, al fine di ottenere particolari effetti di suggestione poetica. Da Dizionario Treccani. 

[2] Enjambement s. m., fr. (propr. «scavalcamento»). – Procedimento stilistico frequente nella poesia delle lingue sia classiche sia moderne, consistente nel dividere una breve frase, o un gruppo sintattico intimamente unito (per es., un sostantivo e il suo attributo, il predicato e il soggetto o il compl. oggetto), tra la fine di un verso e l’inizio del verso successivo, operando così una legatura metrica che ha lo scopo di rendere più ricco e sostenuto il ritmo dei versi, spec. di quelli brevi, oppure di dare un rilievo a una parola particolarmente significativa, isolandola. Da Dizionario Treccani. 

[3] Anfibologìa s. f. [dal lat. tardo amphibologĭa, comp. del gr. ἀμφίβολος «ambiguo» e -λογία «-logia»], letter. – Ambiguità o erronea interpretazione di un contesto (scritto o, più spesso, parlato), procedente dall’uso, talora intenzionale, di parole o di gruppi omofoni o dalla bivalenza di un costrutto sintattico. Da Dizionario Treccani. 


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RASSEGNA DI POETI, SCRITTORI E ARTISTI 

Immagini e parole Vol. 2 di Rita Mascialino 

PAOLO MENON 

Da Della Vite il pianto e altre poesie (1967-2017) 35-45 

 

«SASSO IN FIORE 

Sul colle c’è un un grosso sasso. 

E il sole dietro il sasso. 

Rughe di pietra sui casolari 

 

e un uomo trascinato 

dalla sua ombra s’accascia 

sulle pietre allato al sasso

 

mentre il sole rovente 

prosciuga ogni linfa. 

E scompare. 

 

Il sole ritorna e riscompare 

e ritorna: ritorna: ritorna. 

E così di giorno in giorno 

 

finché ciò che resta 

dell’uomo si transustanzia 

in un fiore che rinasce: 

 

rinasce dal grosso sasso. 

E il sole a picco sul fiore 

– di nuovo – in turgore.» 

 

2017 Paolo Menon: Della Vite il pianto. PREMIO LETTERARIO NAZIONALE «FRANZ KAFKA ITALIA»
VII Edizione 2017, Sezione Poesia, Primo Premio: Recensione. 

Il volume di Paolo Menon Della Vite il pianto (Missaglia, Lecco: Bellavite Editore 2017) si compone di una silloge poetica, di cui una poesia dà il titolo al libro, e di una scelta di brevi racconti. In questa Recensione è stata considerata la raccolta di poesie. Accanto alla realtà concreta del cosiddetto pianto della vite – in primavera le gocce di linfa cadono al suolo dopo la potatura dei tralci e si dice così che le viti piangano – sta una molto suggestiva polisemia [4] in aggiunta. Anche già la struttura del sintagma [5] significa sul piano simbolico. Esso è costruito secondo la figura retorica di parola detta dell’anastrofe nella quale il complemento di specificazione viene anteposto al sostantivo di cui è appunto la specificazione, ciò che dà un tono solenne, quasi antico all’espressione che si rifà all’uso grammaticale latino ancora molto presente nel costrutto poetico dell’italiano fino all’Ottocento e per altro non raro nel linguaggio poetico dello stesso Menon. Ma soprattutto: il titolo enfatizza grazie all’anticipazione anastrofica [6] la presenza della vite e pone quindi come sorpresa dopo di essa ciò di cui è il discorso importante e che le pertiene, il pianto, come la vite fosse amica dell’uomo nella malinconia e anche tristezza che funge da sfondo alla vita destinata a scomparire lasciando in sua vece il lutto, pianto della vite che si pone come una libagione per chi non è più, in una unione consolatrice con l’uomo nella sofferenza. Il titolo rimanda in consonanza alla celeberrima anastrofe del carme Dei Sepolcri di Ugo Foscolo, verso 212: e pianto, ed inni, e delle Parche il canto, ossia delle parche la poesia, ossia ancora: come la poesia fosse canto delle parche, in ultima analisi, nel significato più profondo e sublime della presenza della poesia nella personalità dell’uomo, fosse canto di morte, come la Morte cantasse la fine dell’uomo in estrema poesia, un canto delle Parche unito al pianto degli uomini. E veramente l’arte, in primo luogo la poesia, canto per eccellenza, concilia l’uomo con il suo destino non lieto. Un canto che si manifesta metaforicamente in Paolo Menon come il pianto per la vita che si deve lasciare, per chi l’ha lasciata, un pianto che nell’eco, come accennato, si sfuma con il triste canto delle foscoliane parche. Della Vite il pianto è un titolo che veramente riesce a fare entrare il lettore immediatamente nell’atmosfera che pervade il reame del poeta Paolo Menon. Un poeta capace di dare esistenza ai suoi mondi psichici più segreti a vantaggio dei propri spazi esistenziali interiori che si ampliano come una fiaccola che arda nei luoghi più oscuri e ignoti, così che l’Autore struttura e ristruttura la propria personalità, indirettamente anche quella di coloro che leggeranno le sue parole poetiche, creative, il suo linguaggio forte, audace, che li condurrà nelle profondità semantiche più emozionanti. 

Le poesie contenute nella silloge partecipano tutte di una malinconia diffusa, come già dal titolo della raccolta, che dà anche alle emozioni più forti il suo tono smorzato in un’armonia che tutto pervade. Nella poesia Sasso in fiore viene delineata a grandi pennellate la parabola della vita umana come creatura transeunte come lo sono tutte le altre, i fiori, ma che la roccia inorganica, la pietra, il sasso che si crepano e, ancora foscolianamente, si trasformano. La prima immagine è quella di un colle sormontato da un sasso dietro il quale arde il sole più cocente che ha provvisto di crepe, come volti umani solcati da rughe, i casolari. In questa immagine fatta di pietre e sassi, appare un uomo trasportato dalla sua ombra sulle pietre accanto al sasso, ombra che ha ormai preso possesso della vita di sangue e carne dell’uomo e lo porta nel luogo consono a sé, consono ormai anche all’uomo che si accascia sulle pietre, lo ha portato nel suo regno, a morire, a scomparire, a fondersi con l’inorganico da cui ha tratto la sua antica origine. L’ombra trascina un uomo che non riesce a recarsi consapevolmente al colle, sulle pietre, in qualità di suo recondito presagio di morte vicina, l’ombra che abita il suo inconscio lo conduce, che lo voglia o no, che lo sappia o meno. Il sole brucia con i suoi raggi ciò che resta dell’uomo, inaridendo ogni residuo di linfa vitale e rendendolo simile alla pietra e ormai suo componente. Si susseguono i soli uno dopo l’altro, cocenti e insensibili sia alla vita che alla morte e in questo tramontare e risorgere del sole, dei giorni, la forma umana si trasforma venendo a fare parte non più dell’umanità, bensì della vegetazione, di un fiore che nasce dal sasso, di nuovo e sempre colpito dal sole bruciante, in un ciclo di metamorfosi infinito che mai più ripresenteranno l’uomo nella forma che ha avuto nella sua unica e irripetibile vita individuale. Nell’atmosfera che connota la poesia il colle assume parallelamente allo stato naturale la spazialità del tumulo con cui copre i resti della vita dell’uomo cui la sua ombra, ossia il suo sé presago del destino, ha fatto da guida all’ultimo luogo che spetta all’uomo, così come il sasso in fiore unendo la pietra e il fiore assume sfumatamene accanto alla realtà dei due componenti della natura la spazialità della lapide e dell’omaggio floreale a ricordo di chi ha cessato per sempre di avere la sua identità umana. La fantasia poetica di Paolo Menon ha creato sul piano estetico un quadro suggestivo della parabola umana, esorcizzando così per il possibile, come appunto fa l’arte, l’atroce destino che tutti attende, ciò in una visione di ampiezza cosmica: è il sole che guida i cicli vitali, li fa scomparire e li fa rinascere trasformati secondo le leggi della natura in un ciclico rogo. 

Il sole ha una sconvolgente presenza nelle poesie dell’Autore ed è sempre unito alla passione della vita e alla fine impietosa della stessa. Nella lirica: E’ tempo (45) si legge: 

 

«Distrutto il regno 

non mi resta
che ricominciare 

tutto daccapo. 

 

E’ tempo: 

 

è tempo di staccare
il sole
con tutte e due le mani 

dalle mie pareti. 

 

E’ tempo: 

 

è tempo di morire 

ripartorito
nel sole
che non è amaro.» 

 

D nuovo il sole regge i cicli vitali nel bene e nel male per così dire e l’uomo che si rende conto di dover cedere alla morte vuole staccare il sole con entrambe le mani dalle pareti di casa sua, di se stesso. Immagine molto forte e commovente dell’uomo che vuole abituarsi all’idea della morte e ne dà una figurazione molto toccante: si prepara a morire non trascinato qui dall’ombra del suo inconscio come nella poesia testé presentata, ma consapevole di dover smantellare la sua casa sulla terra, come se staccasse un dipinto per cominciare a traslocare e lo fa con tutte e due le mani, un quadro pesante da togliere, sia concretamente – si tratta del sole –, sia metaforicamente – si tratta della sua vita che sta per abbandonare. Il sole che in Paolo Menon, come già sappiamo, distrugge la vita e la rigenera in eterno ciclo di trasformazioni, non è amaro. Questa esplicita mancanza di amarezza nel sole evoca qualcosa di positivo, ma non nel senso auspicabile: il sole con il suo dominio tremendo e inesorabile nella visione del poeta non è amaro perché non viene percepito da chi non è più, da chi è stato privato di qualsiasi consapevolezza e possibilità di percezione, di qualsiasi memoria anche solo inconscia, il sole poteva essere amaro quando l’uomo era un essere vivente conscio dei suoi cicli, della sua impietosità o insensibilità verso la vita, non più ora quando la sensibilità collegata alla vita è cessata. 

Molto doloroso è l’amore espresso nella lirica Angeli soli [7] in morte del fratello Luigi, con echi ancora foscoliani e, anche e soprattutto, pasoliniani, echi entrambi che prendono vita comunque diversamente nel diverso contesto rappresentato dalla personalità di Paolo Menon e sulla cui esplicazione non possiamo qui soffermarci, tanto spazio pretenderebbero per l’analisi. La sofferenza è pesante e solo l’accettazione della vita e delle sue leggi funge da freno all’inondazione dei sentimenti scatenata dal dramma. Gli angeli di porcellana posseduti dal fratello in un inconscio presagio, si spezzano anch’essi alla finestra quando il fratello ascende al cielo dell’Alta Valle là dove cessa di valere la stessa razionalità degli umani. Anche gli angeli sono ormai soli, il fratello è ora un angelo esso stesso e sta anch’egli solo, separato da tutti, oggetti dai simboli cari al proprio mondo interiore e persone, affetti. Particolarmente incisiva è l’immagine del fratello crocifisso sui suoi silenzi (42), ossia ormai per l’eternità legato alla croce che è stata della vita e che è adesso della morte, legata al silenzio cui essa lo condanna, una visione di estrema tragedia se non fosse per il giogo che nella morte è diventato più leggero: la testa reclinata mostra che il fratello ha cessato di resistere sia alla vita che alla morte, per cui non sente più pesi sulle spalle. 

Ci soffermiamo adesso sulla potente e complessa lirica che dà il titolo alla silloge: Della Vite il pianto [8](48). Il protagonista cerca il volto della luna ancora visibile nella notte fonda. Si tratta di una luna particolarmente sinistra. Gli occhi bistrati mascherano lo sguardo fornito dai suoi crateri come voragini oscure che si collegano alla faccia nascosta e senza luce della luna che rappresenta il vero volto senza maschera, così che, appunto grazie alla mascheratura, il biancore o il pallore della stessa appare quello di una vergine nella sua purezza, come l’aggettivo «eburneo» di mariana memoria evidenzia riferito al volto della luna che rischiara la notte. Ma appunto gli occhi oscuri e imbellettati mascherano qualcosa, come accennato, la vera identità della luna, spaventosa, che nessuno conosce perché essa la nasconde dietro candore e purezza e di cui gli occhi sarebbero una spia per l’oscurità retrostante se non fossero imbellettati. Un inganno dunque che serve agli umani a fare amare il volto illuminato della luna dimenticando quello vero, quello senza la luce riflessa dai raggi solari, non propria. E’ forse opportuno ricordare qui che la luna, nelle culture umane, è per eccellenza il luogo del Regno dei Morti – tralasciamo i motivi per cui essa lo è diventata e che ho esplicitato in studi specifici – e ad esempio nel poeta Garcia Lorca, il più grande cantore della luna come signora di tale Regno, essa è la protagonista assoluta del Romancero gitano, dove è capace di eccitarsi eroticamente per coloro che sceglie come morituri e che però porterà nel suo triste dominio. In Paolo Menon la luna si maschera e inganna per farsi amare dall’uomo in un rapporto che nasconde il suo vero volto, ossia il rapporto con la morte che essa nella sua oscurità simboleggia e rappresenta, come un richiamo ingannevole della morte travestita da immagine dorata. La luce della luna si sparge sull’uva e ricadrà a sua volta nell’anfora vinaria «traboccante di luna», di oblio, affinché l’uomo non percepisca del tutto chiaramente la sua sorte per così dire onnipotente in sé, ma possa godere di qualche tregua. Tuttavia i sogni del poeta Paolo Menon, nella sua altissima concezione della poesia, sono per la verità, non per l’inganno di se stesso e degli altri, per cui non solo riconosce già subito l’inganno della maschera lunare che si diffonde indirettamente anche nell’anfora del vino che dà stordimento, bensì impone alla luna di vestirsi per andarsene dopo l’amoreggiamento falsamente verginale con l’umanità prima che l’alba ne faccia svanire il volto e il sole cocente illumini furiosamente la verità del volto lunare e della sua luce – anche della vite e del contenuto della già citata anfora – nonché umana, ossia il nulla di tutto come sta celato nella faccia oscura della luna, cancellando anche il pianto della vite recisa e quello dell’uomo per la sorte propria e di tutti, distruggendone la memoria, il canto, appunto ancora con Foscolo: il canto delle Parche (49): 

 

«(...) ma tu – tu – dei sogni 

non sei la genitrice! 

Vestiti! va’ – ora va’! – 

prima che l’alba riverberi 

fra i cirri il tuo viso
e il sole sugga furente 

dagli acini il pianto 

del tralcio mio reciso.» 

 

La memoria della vera sorte degli umani non è dimenticata in Menon che non vuole credere nell’inganno lunare e nell’ottundimento dovuto ad una maliosa anfora vinaria collegata alla luna nel dare l’oblio, vuole solo godere di un ottundimento passeggero che tuttavia mai può prendere il posto del vero. 

A questo punto dell’analisi la nota dell’Autore, che spiega il significato della poesia come elogio del vino Gewürztraminer dell’Alto Adige, appare per quello che è, un modo ironico per sviare il lettore – molto kafkianamente – dalla realtà più profonda della lirica, ben lontana da quanto esplicitato nella nota posta in calce alla poesia, quasi il poeta abbia espresso per sé il suo mondo interiore più segreto per un desiderio di conoscere la propria anima e voglia poi proteggerlo dall’ingresso magari incauto di altri cercando di portarli in qualche modo fuori strada nell’intrico dei significati. Una poesia che meriterebbe maggiore spazio per spiegazioni più dettagliate e di cui sono stati qui estratti nel breve scorcio analitico almeno alcuni di quelli considerati più salienti. 

Per concludere segue la seguente breve lirica (25): «Ferite 

 

Mi avveleno di amicizie 

e di buoni auspici 

purché le mie ferite siano lavate 

negli amori impossibili 

e nelle passioni
mai ricambiate». 

 

Qui Paolo Menon rivela con totale immediatezza ed energia la sua posizione verso i sentimenti, verso la vita. Amori impossibili che vivono di struggimento più che di reale concretezza; passioni non ricambiate, coì che possano non finire mai, in una interpretazione dell’esistere che va ben oltre il moderato e protettivo sentire della norma degli umani la quale non si spinge oltre il limite di guardia. Tale limite è aborrito dal poeta che lo sente come un avvelenamento della convenzione da cui lo possono risanare le più intense emozioni, i più forti sentimenti d’amore non indeboliti dall’impatto con una eventuale concreta realtà che non regge alla potenza del sentimento. In questa lirica l’intensità dell’interpretazione dell’esistere associa a sé il calore distruttivo del sole, tanto presente nella lirica di Paolo Menon e la cui dismisura il poeta sente ardere anche dentro di sé come immensa voglia di vivere nelle emozioni più forti, tali da oltrepassare i più miti, meno soddisfacenti, ma anche meno pericolosi parametri esistenziali. Ma anche qui non è assente lo sguardo malinconico del poeta: gli amori impossibili e le passioni mai ricambiate implicano comunque la presenza di una diffusa e inevitabile malinconia. 

 

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[4] Polisemia /polise'mia/ s. f. [dal fr. polysémie, comp. del gr. poly- "poli-" e tema di sēmáinō "significare"]. - (ling. [coesistenza di più significati in uno stesso elemento linguistico]. Da Dizionario Treccani. 

[5] Sintagma s. m. [dal gr. σύνταγμα, propriam. «composizione, ordinamento», der. di συντάττω «ordinare» (v. sintassi)] (pl. -i). – Termine introdotto in linguistica da F. de Saussure (1857-1913) per indicare qualsiasi segno in quanto sia costituito da una successione di unità lessicali e grammaticali minori. Nell’uso attuale, unità sintattica di varia complessità e autonomia, di livello intermedio tra la parola e la frase (per es., a casa, di corsa, contare su [qualcuno]); in partic., con riferimento alla categoria grammaticale: s. nominale, verbale, aggettivale, preposizionale. Da Dizionario Treccani. 

[6] Anàstrofe s. f. [dal lat. tardo anastrŏphe, gr. ἀναστροφή «inversione» der. di ἀναστρέφω «invertire, sconvolgere»]. – Particolare forma di metatesi propria delle lingue classiche, anche come figura sintattica, che consiste nell’invertire l’ordine nel quale abitualmente si collocano due parole di un gruppo; per es. Romam versus (per versus Romam), quam ob rem (per ob quam rem), mecum, tecum, ecc. (invece di cum me, cum te, ecc.). Da Dizionario Treccani. 

[7] Angeli soli: «Come neve al meriggio che sulle assolate pietraie rosse | del deserto ghiaccia, così del tuo passaggio non resta | che l’orma lieve e spaurita sul tormentato sentiero | dell’anima che porta dritto | salendo tra le essenze foraggere | dell’Alta Valle ai mutevoli confini della ragione. | Nondimeno come linfa che più non nutre l’albero silente | del tuo sentire taci sulle radici del tuo essere | e sul voler affidare al Dio ineffabile la tua vita arroccata | sui ricordi della repressa giovinezza | e degli amori sopiti sino all’estremo gesto. | A ruota i tuoi angeli di bianca porcellana | sul davanzale della finestra allineati s’infrangono | contro i vetri che requiem al crepuscolo | riverberano | mentre tu, fratello mio, crocifisso | sui tuoi silenzi mendichi misericordia | reclinando il capo sotto il giogo: | ora più leggero». 

[8] Della Vite il pianto: «Dov’è l’eburneo volto | dagli occhi bistrati | di brama | che come maschera | virginea indossi | per me per noi — | nell’oscura notte | mentre sentori | d’antica rosa | per il paradiso | dei sensi sprigioni? | Ancora non si posano | sul tuo seno le mie mani | che altri effluvi | danzano sui clivi. | Con labbra impazienti | sfioro, percorro, esploro | e sosto sul tuo grembo: | anfora vinaria | traboccante di luna... | ma tu tu dei sogni | non sei la genitrice! | Vestiti! va’ ora va’! — | prima che l’alba riverberi | fra i cirri il tuo viso | e il sole sugga furente | dagli acini il pianto | del tralcio mio reciso». 

 
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