Home > Blog > «SCUOLA & FORMAZIONE»: CANTO PER GLI ULTIMI

«SCUOLA & FORMAZIONE»: CANTO PER GLI ULTIMI

Paolo Menon è artista poliedrico che investe i suoi molti talenti dando forma e segno alla sua creatività nei diversi ambiti dell’espressione artistica. La scultura con la lavorazione delle argille, della porcellana e del legno, soprattutto del bronzo prediletto; il mestiere editoriale reinventato a suo modo dentro importanti redazioni e poi abbandonato per fedeltà a se stesso e bisogno di libertà, l’amore per la scrittura da giornalista e nella pratica della poesia. Un legame profondo con le sue radici che dice in un’intervista su «HubCulture.it». Lo sradicamento doloroso a 17 anni e in valigia l’eredità incancellabile della campagna nel tempo della vendemmia: «quando con i parenti e gli amici del nonno pigiavamo l’uva con i piedi era una festa di colori e profumi! Ricordo che i miei piedi rossi e scuri profumavano d’uva». 

Si comprende che un uomo di questa fatta e origini, profumo di mosto e con «qualche goccia di vino nel sangue» (dice di sé), sia stato anche cantore della grande cultura del vino, ebbrezza e sogno, bevanda che Dioniso, figlio di Zeus e Semèle, diede agli uomini, di cui s’inebria la poesia dei lirici greci, farmaco contro le sventure e gli affanni: «Beviamo. Breve come un dito è il giorno» (δάκτυλος ἀμέρα), nel Frammento 346 di Alceo di Lesbo. Vino da versare in grandi coppe variopinte (κυλίχναις μεγάλαις... ποικίλαις), come i preziosi calici forgiati e donati da Menon per il sacrificio dell’altare a cardinali e pontefici. Nell’opera di Menon tutto è segno, tratto e figura o parola poetica, tracciata sui «fogli bianchi come neve tratteggiata dalle viti della mia campagna». L’ultima silloge poetica di Menon è Pietre d’inciampo (Bellavite Editore 2018); titolo potente se si pensa che pietre d’inciampo (Stolpersteine) sono le 56mila lastre d’ottone che ricoprono pietre (10cmx10), 5mila nel selciato di Berlino, per iniziativa dell’artista Gunter Demning e disseminate nelle città d’ Europa; in memoria delle vittime dell’olocausto il cui inciso ricorda i luoghi dove vissero. 

Un granello di sabbia negli occhi, lo scandalo in cui ogni coscienza d’uomo si imbatte quando il male sempre incombente si fa inciampo nel cammino. Per fermarsi in tempo prima del precipizio.
Pietre d’inciampo è, non a caso, anche il titolo di una composizione dettata dalla tragedia dei migranti: la nuova Shoah. La ruvida evidenza dello scarto tra giustizia e protervia, il segnale, perché non si perda la solidarietà verso i propri simili che sola ci restituisce umanità. Immagini nitide e sbozzate sulla pietra: un barcone carico di uomini che trasudano fatica e desiderio di vita, corpi ammassati che supplicano in una lingua che si fa verso d’ animale ferito per dire «aiuto» e «grazie». Corpi sottili come giunchi che pencolano agitati e intrisi di salsedine e volti: occhi aperti come finestre sugli orrori patiti che si chiamano genocidi e schiavitù, la vergogna dell’umanità. Sostiene Menon: è lo scandalo di un presunto e meschino umanesimo che fa scuola nella finzione di una sapienza insipiente che non può coprire il rossore e il sentimento di colpa: di chi ha dimenticato che anche noi siamo (stati) viandanti ed esuli usciti in mare tempestoso a cercare un approdo a salvamento. 

All’avanzare degli ultimi, inciampo sono i muri che si ergono; pietra d’inciampo, per noi, è la diaspora umana di tanti poveri cristi affogati. Leonarda Tola 

Da «Scuola & Formazione”, periodico della Cisl, agosto 2018.

Osservazioni
Aggiungi un commento
  •  
  •