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MAURIZIO BERNARDELLI CURUZ: IL CANTO E IL RUGGITO /THE SING AND THE ROAR

C'è un’eco di antichi canti diretti dai tirsi; c’è la danza della vite, avviluppata al cuore delle opere di Paolo Menon; un’eco lontana di valli silenti, di passi nel bosco, e file di baccanti che percorrono il crinale di un monte, lievi, col volto arrossato, le mani candide, i pepli che ondeggiano al vento. E’ un’aria d’altro luogo, che svela l’archetipo del motore del mondo, il suo meccanismo di carne, di terra, di vino e di sole nel crogiolo della perpetuazione dell’Essere.

Le tele scultoree dell’artista hanno la forza dirompente di una punta d’oro lanciata vigorosamente da un braccio enoico per lacerare il velo del moderno, per condurre lo spettatore non tanto nel cuore enoico del mondo, ma al cospetto dell’Es dell’universo, nel gorgo del desiderio istintivo, in cui sobbolle la continuità del mondo stesso, in cui avvengono metamorfosi ovidiane. Sicché è possibile immaginare, grazie alla suggestione indotta dalle composizioni, a quel suo pulsare vivido, profondo; quel movimento dell’otre sul carro del suscitator de’ vini, quell’ondeggiare che diviene danza e movimento pelvico. Propiziatore di dolci connubi  – Sine Baccho e Cerere friget Venus, senza vino e senza pane neppure la potentissima Venere è in grado di accendere il fuoco del’amore – Bacco-Dioniso è dotato di una fiamma che non si spegne perché è essa stessa liquido e fuoco.

Menon è un artista dotato di un ampio retroterra-intellettuale, che risulta ben evidente nella geografia delle proprie realizzazioni espressive. E’ ben chiara la sua frequentazione dell’archetipo, il viaggio condotto accanto al giovane dissennato creatore dei vini e delle delizie; e la conoscenza – letteraria, filosofica, mitica – di quella euforia lieve e gioiosa provocata dalla coppa rituale, che l’artista piega, torce, quanto pampini voraci, attorno alle proprie opere, che si materializzano come teatrini nel retro della tela. Ecco lo svelarsi dell’arcano, dell’angolo oscuro. Menon coglie Dioniso nell’alterità, nell’altra faccia del mondo, al di là della coperta apollinea. Al di là della facciata scontata delle apparenze. Un lato nascosto – il retro – sul quale si avvinghiano la vera pulsione e la vera passione.

Un risultato al quale l’artista perviene dopo un lungo periodo di ricerca e di contestualizzazione del mito, del suo apparire e scomparire, come un filo rosso di sangue e di vino, nella cultura dell’occidente, fino a lambire il cristianesimo che celebra il sacrificio attraverso i due elementi collegati. L’opera di Menon diviene allora un coinvolgente viaggio in una sacralità che preesiste al mondo e che si muove con i passi felpati della pantera di Dioniso. Vita, morte e mistero.

Con grande equilibrio dei volumi e indubbie capacità compositive, l’artista ci conduce in luoghi lontani nel tempo e nello spazio, che riconosciamo comunque come lacerti di paesaggi mitici dissepolti dalla memoria collettiva, risvegliando in noi un senso di contemplazione estatica al cospetto di una sacralità così vigorosa – eppure nascosta – che può indurre persino un senso di panico. Ma il corpus delle realizzazioni dell’artista s’irrora in modo compensativo di vino pulsante che sembra pervadere le tele. Un liquido che riscalda il cuore, ritempra le membra, riconferisce energia vitale. Dalle installazioni ai dipinti, dalle opere di pittura e scultura ai sacrali calici enoici, Menon dà ragione di questo slancio vitale, che egli ottiene attraverso lavorazioni rastremate e dinamiche, come stoffe mosse dalla velocità dell’incedere o da un soffio di vento che emerge dalle caverne più profonde in cui il mito canta e ruggisce.

Il canto e il ruggito percorrono ogni suo lavoro, suadente e terrifico, punto d’incontro tra i misteri della vita e i misteri della morte. Fino a che il vino diviene compartecipazione alla vita eterna, il tiepido innalzarsi verso il cielo, verso l’eterno ritorno. 

 

Maurizio Bernardelli Curuz

Critico d'arte, direttore del periodico «Stile Arte» e direttore artistico della «Fondazione Musei Brescia».

Per consultare il catalogo:  http://issuu.com/lamontina/docs/oinodes



THE SING AND THE ROAR

By  Maurizio Bernardelli Curuz

Art critic

 

There is a direct echo of ancient songs from thyrsos, there is the dance of life, enveloped in the heart of the works of Paolo Menon, a distant echo of silent valleys, footsteps in the woods, and files that run along the ridge Bacchae of a mountain, light, her face flushed, his hands white, the robes swaying in the wind. And an air of another place, which reveals the archetype of the engine of the world, its mechanism of flesh, earth, sun and wine in the crucible of the perpetuation of Being.

The artist’s sculptural canvases have the explosive force of a bit of gold thrown wildly from one arm of the heroic world to tear the veil of the modern, to lead the viewer not so much in the heart of the oenological world, but in the presence of such in the universe, into the vortex of instinctive desire, simmering in which the continuity of the world itself, in which metamorphosis occurs Ovid. So you can imagine, thanks to the suggestion induced by the composition, then beat his vivid, deep, that movement of the chariot of susciator bottle of wine, the one that becomes a dance and sway of pelvic movement. Propitiatory sweet union - Sine friget Venus Bacchus and Ceres, without wine and bread without even the powerful and Venus can light the fire of love - Bacchus-Dionysus and equipped with a flame that will not turn off because it is itself liquid and fire.

Menon is an artist with a broad background and intellect, which is evident in the geography of its products expression. It is clear about his attendance of the archetype, the journey led beside the young insane creator of wines and delicacies, and knowledge - literary, philosophical, mythical - of the euphoria caused by the mild and joyous ritual cup, which the artist bends, twists, as voracious vine leaves, around their works, which are materialized as theaters in the back of the canvas. Here is the revelation of the arcane, from the obscure angle. Menon takes in altering Dionysus, in the face of the world, to the deck of the Apollonian. Beyond the facade of appearances for granted. A hidden side - the back - on which to cling to the true drive and passion.

A result which the artist comes to after a long period of research and contextualization of the myth of his appearance and disappearance, like a red thread of blood and wine, in Western culture, until it reaches the Christianity that celebrates the sacrifice through the two connected elements. The work of Menon then becomes an exciting journey into a pre-existing sacredness in the world and moves stealthily with the Panther of Dionysus. Life, death and mystery.

With great balance of volumes and undoubted skills of composition, the artist takes us to faraway places in time and space, which we recognize, however, as fragments excavated from the mythical landscapes of collective memory, awakening in us a sense of ecstasy in the presence of a sacredness so vigorous - yet hidden - and can even induce a sense of panic. But the corpus of the achievements of the artist  sprays in compensatory fashion of wine that seems perverse pulsating canvases. A liquid that warms the heart, restores the limbs and restores vital energy. From installations to paintings, paintings and sculpture from the sacred chalices enoic, Menon by reason of this vital energy, which he obtained through processing and tapered dynamics, such as fabric moves with the speed of gait or a blast of wind that emerges from the most deep caves in which the myth sings and roars.

The song and the roar of his run through every job, persuasive and terrifying, a meeting point between the mysteries of life and the mysteries of death. As long as the wine becomes sharing in the eternal life, the warm rising towards the sky, the eternal return.

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