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ARTE SACRA NEL LINGUAGGIO GAUCHO PER LA CHIESA DEGLI ANGELI

Dal diario di viaggio in Argentina - La Candelaria (Salta), marzo 2015 di Paolo Menon. Non c’è dubbio: l’ Iglesia de los Angeles nell’ estancia argentina El Milagro, dove sono appena giunto per scolpire l’altare su invito del critico d’arte Daniele Crippa, mi ricorda l'architettura delle chiese greche, candide e immacolate, che si affacciano sul Mediterraneo. Ma dopo il primo impatto, percepisco intorno a me tutto il nuovo di una Terra che non conosco e che già chiede di essere esplorata con caliente attenzione, come fra chi si ama a prima vista. Così il bianco accecante dell’ iglesia che poco fa mi evocava paradossalmente cartoline dal Mar Egeo, ora si staglia contro un cielo blu profondo, quasi materico, metafisico, dominatore indiscusso dei cactus secolari che a loro volta dominano totemici l’altopiano andino, e dei fiori dell’agave che reclina la sua bellezza esiziale appena al di là del sagrato. E subito mi lascio irretire dalla solarità cromatica della lussureggiante vegetazione e del piumaggio degli uccelli subtropicali, gli «angeli» del Creato protetti dalla Pachamama (dea Terra dei popoli andini, tuttora venerata dalle genti che si riconoscono nella cultura Inca), dipinti da Carla Tolomeo sulle pareti d’ingresso all’atrio della chiesa. Salgo di un gradino ed entro nella navata, in corso d’opera, dove prevale il colore grigio-verdeazzurrognolo dei grossi sassi di fiume appiattiti e incastonati nel pavimento, e la luce dell’austera croce latina in vetro che riverbera dalle fenditure della parete absidale di sassi più piccoli e irregolari. Percorro con sguardo interrogativo il tragitto illuminato dalla croce notando come il presbiterio, in verità, sia forse poco profondo e dunque appena sufficiente a ospitare l’altare. Ma non è il problema. Il problema piuttosto sorge inaspettatamente dall’altare stesso che così come lo avevo concepito – ne sono convinto – non potrà mai compenetrare nella cultura, nelle tradizioni e dunque nei costumi e nelle usanze delle genti di questi luoghi così lontani dal gusto architettonico del Vecchio Continente. Provo imbarazzo e rabbia per non averci pensato prima. E mentre stringo tra le mani il modello di gesso che avrebbe dovuto simulare l’altare da scolpire preferibilmente in marmo bianco, mi frullano per la testa le immagini contrastanti degli Indios Guaranì tra le imponenti chiese barocche innalzate dai Gesuiti nella foresta pluviale sopra le Cataratas del Iguazù , oltre a rudimenti di culture ed etnie che ricordo di avere studiato a suo tempo, ma che evidentemente non ho mai approfondito. E ancora colori, forme e segni che vorticano in un fantasmagorico caleidoscopio di arti primitive e tribali: espressioni artistiche che nulla hanno a che vedere con la scultura classica, rinascimentale e moderna su cui avevo ravvisato i canoni euritmici raccomandati dall’Alberti e che avevo esteso con altrettanta convinzione e fatica al mio progetto. Temo così di incarnare l’artista sbagliato. Nel momento sbagliato. Nel posto sbagliato! Ma che storia è mai questa, mi chiedo, e perché solo ora ho la sensazione di essere trascinato in una crisi così repentina e senza ritorno? Prigioniero nelle mie cerebrali prigioni, mi siedo sul primo dei cinque banchi allineati al centro dell’aula. Per riflettere. Rifletto sicuramente per un paio d’ore. Solo. Poi esco dal luogo dei miei conflitti col proposito di colmare le lacune culturali, almeno quelle più profonde, con sostanziali letture che avrei cercato ovunque, da Salta a Buenos Aires, iniziando da San Miguel de Tucuman se fosse stato necessario, sulla storia dell’arte andina, saltegna, precolombiana, incaica... da cui trarre segni, pitture, tessuti, suppellettili, architetture, insomma nuova ispirazione. Mi chiedo pure se essere venuto sin qui dall’altro capo del mondo, in una estancia che si chiama El Milagro (Il Miracolo) non sia semplicemente un caso, ma in qualche modo un segno a dir poco... provvidenziale. Consulto subito l’amico Daniele che – guarda caso – mi mette a disposizione i suoi numerosi libri d’arte sul tema specifico. Sono così nella migliore condizione di approfondire gli argomenti, prendere appunti e schizzare e rischizzare e abbozzare e infine ricontestualizzare il paliotto – o pannello – che riveste il lato anteriore dell’altare. Altare che intendo situare apparentemente al di fuori del presbiterio poco profondo, ma che così non è, perché in realtà due nuove grandi ali laterali si allungano per abbracciarlo «angelicamente» conferendogli la necessaria solennità architettonica riservata alla liturgia del clero officiante. Introduco quindi elementi pittorici sul paliotto, essenziali per estendere la comprensione del racconto sculturale sull’Angelo del Risorto che si trova davanti alle camere sepolcrali ricostruite e, a maggior ragione, per fondere elementi artistici e culturali eterogenei come quelli dei discendenti degli Indios convertiti al cristianesimo, sul cui Nuovo Mondo sono approdato, e quelli dei Cristiani cattolici romani, da cui provengo. Sicché nulla di più sincretico può trattenermi dal ristrutturare il paliotto utilizzando le stesse pietre rosse del «barocco gesuita» che riduco a una spanna, che levigo e lego tra loro con il tiento , un lungo cordone quadrangolare di cuoio di vacca utilizzato dal Gaucho per creare il tipico lazo , ma anche per fissare senza chiodi qualsiasi cosa a un’altra di dimensioni e peso diversi. Gli interventi pittorici, assai pochi per la verità, diventano risolutivi per conferire alla pietra millenaria i colori adottati dalle genti di cultura Inca nelle tipiche composizioni geometriche dei loro preziosi tessuti: il colore nero e il rosso ferroso per esempio diventano indispensabili per dipingere le pietre del paliotto trasformato in un poncho che accoglie al centro l’Angelo del Risorto in bassorilievo. Tutto il resto, resta. Così come resta nel cuore dell’altare l’antica tomba ebraica – vuota – per essere svelata ai fedeli attraverso lo squarcio angolare destro della mensa eucaristica. Anche la ruota sepolcrale cerchiata di ferro, altro elemento non decorativo, ma strutturale dell’altare – in ARTE SACRA NEL LINGUAGGIO GAUCHO PER LA CHIESA DEGLI ANGELI
origine di pietra e fatta rotolare sino a sigillare l’ingresso della tomba –, ora fa mostra di sé in cardon seco color corda che in natura è lo scheletro traforato del cactus secolare, elegante e solido, utilizzato dagli indigeni per creare oggetti tra i più svariati di uso comune e nell’architettura d’interni. Nei giorni a seguire sono dedito a scolpire l’ambone che raffigura l’apostolo evangelista Matteo, simboleggiato dai protocristiani come l’«Uomo-angelo». Poi è la volta della Sede del presidente dell’assemblea a forma di cattedra o trono che Daniele Crippa desidera dedicare a Francesco (primo Papa argentino di origini italiane). Sullo schienale della stessa decido di incavare semplicemente il nome del Pontefice regnante che scorre intorno a una croce greca in bassorilievo sfalsato, centrata a sua volta in un disco di pietra rossa arenaria. Ora non mi resta che creare un piccolo fonte battesimale – ho ancora qualche giorno a disposizione per la gioia del padrone di casa – oltre a un’acquasantiera. Quest’ultima, che in realtà scolpisco per prima sulla pietra rosa andina, rappresenta un angelo abbozzato alla maniera dei mastri scalpellini del Medioevo – una sorta di incompiuto dai tratti andini – che allarga le ali sopra il capo di una coppia locale, l’uno a sinistra e l’altra a destra dell’acquasantiera sul cui bordo piatto, in alto, aggiungo due croci greche e un’altra centrale sotto l’angelo. L’acquasantiera poggia sul cardon seco , solida base naturale e simbiotica con la pietra locale: un’idea che replico stilisticamente per accorpare il ritratto in pietra di San Matteo dai tratti vagamente andini e arcaici all’ambone di cardon che richiama le fattezze della veste dell’evangelista sul cui capo si regge il libro aperto dei Vangeli in terracotta andina. Anche in questo caso utilizzo il tiento per fissare la pietra all’ambone. Il fonte battesimale con palomina (colomba) bevente, sorretto dall’elegante cardon seco e fissato dal tiento, è in pietra saltegna dura e tenace, utilizzata principalmente nel Nord dell’Argentina per la costruzione di macine. Pietre come queste le abbiamo trovate sul greto del fiume che scorre nelle proprietà dell’ estancia e che i g auchos guadano spesso a cavallo per raggiungere le alture dove lavorano intorno alle vasche idriche da cui proviene l’acqua che irrigherà a valle i 10.000 ettari di terreni de El Milagro . Ad eccezione delle interminabili andane di fichi d’India che non ne beneficeranno pur di ostentare il turgore dei loro frutti e la «divina» dolcezza elargita dalla Pachamama . 
Nella foto, acquasantiera scolpita da Paolo Menon per la Chiesa degli Angeli in Argentina
Dal diario di viaggio in Argentina - La Candelaria (Salta), marzo 2015 di Paolo Menon. Non c’è dubbio: l’ Iglesia de los Angeles nell’ estancia argentina El Milagro, dove sono appena giunto per scolpire l’altare su invito del critico d’arte Daniele Crippa, mi ricorda l'architettura delle chiese greche, candide e immacolate, che si affacciano sul Mediterraneo. Ma dopo il primo impatto, percepisco intorno a me tutto il nuovo di una Terra che non conosco e che già chiede di essere esplorata con caliente attenzione, come fra chi si ama a prima vista. Così il bianco accecante dell’iglesia che poco fa mi evocava paradossalmente cartoline dal Mar Egeo, ora si staglia contro un cielo blu profondo, quasi materico, metafisico, dominatore indiscusso dei cactus secolari che a loro volta dominano totemici l’altopiano andino, e dei fiori dell’agave che reclina la sua bellezza esiziale appena al di là del sagrato. E subito mi lascio irretire dalla solarità cromatica della lussureggiante vegetazione e del piumaggio degli uccelli subtropicali, gli «angeli» del Creato protetti dalla Pachamama (dea Terra dei popoli andini, tuttora venerata dalle genti che si riconoscono nella cultura Inca), dipinti da Carla Tolomeo sulle pareti d’ingresso all’atrio della chiesa.
Salgo di un gradino ed entro nella navata, in corso d’opera, dove prevale il colore grigio-verdeazzurrognolo dei grossi sassi di fiume appiattiti e incastonati nel pavimento, e la luce dell’austera croce latina in vetro che riverbera dalle fenditure della parete absidale di sassi più piccoli e irregolari. Percorro con sguardo interrogativo il tragitto illuminato dalla croce notando come il presbiterio, in verità, sia forse poco profondo e dunque appena sufficiente a ospitare l’altare. Ma non è il problema.
Il problema piuttosto sorge inaspettatamente dall’altare stesso che così come lo avevo concepito – ne sono convinto – non potrà mai compenetrare nella cultura, nelle tradizioni e dunque nei costumi e nelle usanze delle genti di questi luoghi così lontani dal gusto architettonico del Vecchio Continente. Provo imbarazzo e rabbia per non averci pensato prima. E mentre stringo tra le mani il modello di gesso che avrebbe dovuto simulare l’altare da scolpire preferibilmente in marmo bianco, mi frullano per la testa le immagini contrastanti degli Indios Guaranì tra le imponenti chiese barocche innalzate dai Gesuiti nella foresta pluviale sopra le Cataratas del Iguazù , oltre a rudimenti di culture ed etnie che ricordo di avere studiato a suo tempo, ma che evidentemente non ho mai approfondito. E ancora colori, forme e segni che vorticano in un fantasmagorico caleidoscopio di arti primitive e tribali: espressioni artistiche che nulla hanno a che vedere con la scultura classica, rinascimentale e moderna su cui avevo ravvisato i canoni euritmici raccomandati dall’Alberti e che avevo esteso con altrettanta convinzione e fatica al mio progetto. Temo così di incarnare l’artista sbagliato. Nel momento sbagliato. Nel posto sbagliato!
Ma che storia è mai questa, mi chiedo, e perché solo ora ho la sensazione di essere trascinato in una crisi così repentina e senza ritorno?
Prigioniero nelle mie cerebrali prigioni, mi siedo sul primo dei cinque banchi allineati al centro dell’aula. Per riflettere. Rifletto sicuramente per un paio d’ore. Solo. Poi esco dal luogo dei miei conflitti col proposito di colmare le lacune culturali, almeno quelle più profonde, con sostanziali letture che avrei cercato ovunque, da Salta a Buenos Aires, iniziando da San Miguel de Tucuman se fosse stato necessario, sulla storia dell’arte andina, saltegna, precolombiana, incaica... da cui trarre segni, pitture, tessuti, suppellettili, architetture, insomma nuova ispirazione.
Mi chiedo pure se essere venuto sin qui dall’altro capo del mondo, in una estancia che si chiama El Milagro (Il Miracolo) non sia semplicemente un caso, ma in qualche modo un segno a dir poco... provvidenziale. Consulto subito l’amico Daniele che – guarda caso – mi mette a disposizione i suoi numerosi libri d’arte sul tema specifico. Sono così nella migliore condizione di approfondire gli argomenti, prendere appunti e schizzare e rischizzare e abbozzare e infine ricontestualizzare il paliotto – o pannello – che riveste il lato anteriore dell’altare. Altare che intendo situare apparentemente al di fuori del presbiterio poco profondo, ma che così non è, perché in realtà due nuove grandi ali laterali si allungano per abbracciarlo «angelicamente» conferendogli la necessaria solennità architettonica riservata alla liturgia del clero officiante.
Introduco quindi elementi pittorici sul paliotto, essenziali per estendere la comprensione del racconto sculturale sull’Angelo del Risorto che si trova davanti alle camere sepolcrali ricostruite e, a maggior ragione, per fondere elementi artistici e culturali eterogenei come quelli dei discendenti degli Indios convertiti al cristianesimo, sul cui Nuovo Mondo sono approdato, e quelli dei Cristiani cattolici romani, da cui provengo. Sicché nulla di più sincretico può trattenermi dal ristrutturare il paliotto utilizzando le stesse pietre rosse del «barocco gesuita» che riduco a una spanna, che levigo e lego tra loro con il tiento , un lungo cordone quadrangolare di cuoio di vacca utilizzato dal Gaucho per creare il tipico lazo , ma anche per fissare senza chiodi qualsiasi cosa a un’altra di dimensioni e peso diversi.
Gli interventi pittorici, assai pochi per la verità, diventano risolutivi per conferire alla pietra millenaria i colori adottati dalle genti di cultura Inca nelle tipiche composizioni geometriche dei loro preziosi tessuti: il colore nero e il rosso ferroso per esempio diventano indispensabili per dipingere le pietre del paliotto trasformato in un poncho che accoglie al centro l’Angelo del Risorto in bassorilievo. Tutto il resto, resta. Così come resta nel cuore dell’altare l’antica tomba ebraica – vuota – per essere svelata ai fedeli attraverso lo squarcio angolare destro della mensa eucaristica.
Anche la ruota sepolcrale cerchiata di ferro, altro elemento non decorativo, ma strutturale dell’altare – in origine di pietra e fatta rotolare sino a sigillare l’ingresso della tomba –, ora fa mostra di sé in cardon seco color corda che in natura è lo scheletro traforato del cactus secolare, elegante e solido, utilizzato dagli indigeni per creare oggetti tra i più svariati di uso comune e nell’architettura d’interni.
Nei giorni a seguire sono dedito a scolpire l’ambone che raffigura l’apostolo evangelista Matteo, simboleggiato dai protocristiani come l’«Uomo-angelo». Poi è la volta della Sede del presidente dell’assemblea a forma di cattedra o trono che Daniele Crippa desidera dedicare a Francesco (primo Papa argentino di origini italiane). Sullo schienale della stessa decido di incavare semplicemente il nome del Pontefice regnante che scorre intorno a una croce greca in bassorilievo sfalsato, centrata a sua volta in un disco di pietra rossa arenaria.
Ora non mi resta che creare un piccolo fonte battesimale – ho ancora qualche giorno a disposizione per la gioia del padrone di casa – oltre a un’acquasantiera. Quest’ultima, che in realtà scolpisco per prima sulla pietra rosa andina, rappresenta un angelo abbozzato alla maniera dei mastri scalpellini del Medioevo – una sorta di incompiuto dai tratti andini – che allarga le ali sopra il capo di una coppia locale, l’uno a sinistra e l’altra a destra dell’acquasantiera sul cui bordo piatto, in alto, aggiungo due croci greche e un’altra centrale sotto l’angelo. L’acquasantiera poggia sul cardon seco, solida base naturale e simbiotica con la pietra locale: un’idea che replico stilisticamente per accorpare il ritratto in pietra di San Matteo dai tratti vagamente andini e arcaici all’ambone di cardon che richiama le fattezze della veste dell’evangelista sul cui capo si regge il libro aperto dei Vangeli in terracotta andina. Anche in questo caso utilizzo il tiento per fissare la pietra all’ambone.
Il fonte battesimale con palomina (colomba) bevente, sorretto dall’elegante cardon seco e fissato dal tiento, è in pietra saltegna dura e tenace, utilizzata principalmente nel Nord dell’Argentina per la costruzione di macine. Pietre come queste le abbiamo trovate sul greto del fiume che scorre nelle proprietà dell’estancia e che i gauchos guadano spesso a cavallo per raggiungere le alture dove lavorano intorno alle vasche idriche da cui proviene l’acqua che irrigherà a valle i 10.000 ettari di terreni de El Milagro. Ad eccezione delle interminabili andane di fichi d’India che non ne beneficeranno pur di ostentare il turgore dei loro frutti e la «divina» dolcezza elargita dalla Pachamama.

Nella foto, acquasantiera scolpita da Paolo Menon per la Chiesa degli Angeli in Argentina
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