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«OINODES»: RIFLESSIONI SUI BACCANALI D'OGGI NELLA REALTA' GIOVANILE

Intervento critico della prof. ssa Marta Mai. 
Paolo Menon è un artista speciale ed unico per la passione con cui indaga il tema «Vite e Vino», che nella mostra Oinodes (che sa di vino) diviene ricerca approfondita. Il risultato è emozionante per il sostrato culturale, per l’originale competenza tecnica e per la forte valenza comunicativa.

L’artista crea sorvolando tempo e spazio.

Con voli pindarici, in cui mente e cuore concorrono all’unisono, proietta in situazioni surreali, da cui subito riporta alla realtà per l’urgenza della proposta.

Diffondendo conoscenze e riflettendo sull’uomo «storico», dialoga con il contemporaneo, che coinvolge empaticamente per valorizzarlo.

Aderente a quel filo conduttore «che sa di vino», se ne avverte la scia odorosa, asseconda la sua ispirazione e s’impegna artisticamente.

Ed è per questo finissimo fiuto di Paolo Menon che noi oggi possiamo stupire davanti alla sua imponente scultura/installazione intitolata Dibattito sui baccanali aboliti, che introduce le tante altre opere presenti in mostra, suscitate dalla mitologia, dalla religione, dalla politica e dalla storica evoluzione del succo dell’uva, il vino, che la nostra epoca presenta sontuosamente rivestito da artistico vetro (l’artista Paolo Menon ha creato per i fratelli Bozza, proprietari delle Tenute La Montina, nel ventennale dell’azienda, la nuova bottiglia), dopo averlo amorosamente accudito e scientificamente costruito.

L’opera/installazione è rappresentazione virtuale di un dibattito mai avvenuto, perché impossibile.

E’ rappresentazione virtuale di comunicazioni espresse metaforicamente.

E’ tecnicamente realizzata in modo che, virtualmente, la materia sembri bronzo.

E’, in sintesi, l’espressione della creatività artistica di Paolo Menon, da cui, a visita ultimata, è difficile prendere le distanze.

La sua genesi ce la racconta l’autore.

Tutto ha avuto inizio quando, nel 2002, l’artista apprese la notizia di una importante scoperta archeologica avvenuta sulla catena del Rodope, tra la Grecia e la Bulgaria. Lì, a 2000 metri di altitudine, scavati nella roccia, erano emersi i ruderi di un tempio, che richiama fedelmente quello dedicato a Dioniso e descritto dal principale storico greco Erodoto di Alicarnasso nel V secolo a.C.

Dioniso, dio del vino, della vegetazione, del benessere fisico e della gioia, seguito dal suo corteo (il suo tiaso), girò la Grecia, passò in Asia, arrivò in India, sbarcò a Roma, dove fu onorato con il nome di Bacco.

C’è il mito di Nonno di Panopoli che lo vuole dio del vino solo dalla metamorfosi di Ampelo, bellissimo giovane amato da Dioniso e trasformato in vite piena di grappoli dopo che Atropo, la Moira che aveva reciso il filo della sua vita, tale prodigio aveva voluto colpita dal dolore del dio innamorato.

Il dio Dioniso stillò da quei frutti un succo che donava ebbrezza: il vino aveva fatto la sua comparsa sulla terra.

Grazie ai suoi effetti, gli uomini entrano in una sfera che tende a rompere la barriera che li separa dal divino.

Per quella beatitudine che rivitalizza e disinibisce, gli uomini dedicarono feste al dio del vino e a tutto il suo seguito corredato di strumenti ed ornamenti.

Alti bastoni, chiamati tirsi ricavati da alberi fruttiferi, su cui era issata una pigna, segno di fecondità, adornati di nastri, di pampini e di edera, erano branditi dai festeggianti mentre avanzavano danzando.

Il corteo di Dioniso, all’inizio composto da esseri mitologici ripugnanti e selvaggi (Satiri e Sileni), in seguito, grazie all’artista Prassitele (IV secolo a.C.) divenuti esseri di graziose parvenze umane, aveva al seguito festose figure femminili (Euios) indossanti lunghe vesti.

A Roma Dioniso prese il nome di Bacco ed il suo corteo era composto dalle Baccanti, sue sacerdotesse, dalle frementi Tiadi e da tante altre partecipanti chiamate Bassaridi, che, per fare festa, suonavano tamburelli, flauti, sistri (sonagli), crotali (nacchere), ed agitavano tirsi.

Il culto genuino greco ebbe manifestazioni composte nelle Dionisie ma, trasferito a Roma, degenerò fino a trasformarsi in orge violente con spargimento di sangue.

Tali feste, chiamate Baccanali, nel 186 a.C. a Roma, con decreto senatoriale, furono abolite.

Il dibattito, che presuppone la mediazione di vari punti di vista, è proposto dall’artista Paolo Menon con tono ironico per marcare la sua totale inesistenza in una antica Roma dove pochi decidevano per tutti.

L’ironia dell’artista, suscitata dall’evento antico, mira a far riflettere sulla situazione politica del nostro tempo, che, pur in regimi democratici acquisiti, riserva ancora sgradite sorprese in fatto di partecipazione cosciente alla vita politica e in fatto di gestione responsabile del potere da parte di coloro che ne sono investiti.

Inoltre, quando Paolo Menon, varcando tempo e spazio, con ipotesi assurda, colloca la sua virtuale assemblea romana nel tempio ritrovato di Dioniso, induce a considerare lo stato di inamovibilità e di autocompiacimento di chi detiene il potere, ovunque e comunque si manifesti.

Nella sua ipotizzata assemblea, ogni personaggio ostenta il suo ruolo ed il suo intoccabile titolo.

Medaglioni e pettorali (veri capolavori rielaborati con quella perizia, che solo la conoscenza a lungo costruita e la competenza con pazienza acquisita possono produrre) indicano l’autorevole incarico ed il peso decisionale di ogni personaggio.

Rapportati alla contemporaneità vogliono rimandare al Dna, che stigmatizza la irripetibilità di ogni uomo, ma storicamente vogliono significare l’immutato privilegio di chi gestisce il potere.

Alcuni personaggi sono issati su scheletrato corporeo solo con il capo, altri sono impiantati con il busto. Anche questa differente organizzazione rimanda alla posizione occupata. Tutti impugnano alti tirsi considerati ora come bastoni del comando.

E’ impressionante la mobilità dei volti, spesso atteggiati a maschere.

Gli occhi, più che le smorfie delle bocche, inducono a riflettere.

Ci sono occhi chiusi, socchiusi, orbite vuote: pochi sembrano guardare veramente.

Crediamo di intendere che l’artista voglia comunicare che tra coloro che sono al potere, esiste un buon numero di gregari, che soggiacciono a qualcun altro. Costoro si esprimono solo obbedendo ad ordini superiori, paghi dei loro privilegi e preoccupati di mantenerli.

L’ironia, pur raggiungendo il massimo della manifestazione, per sua natura non offende. L’artista denuncia, ma lascia lo spazio per una visione meno avvilente.

La catena spezzata ai piedi di Dioniso prospetta speranza e ne è la metafora.

Due personaggi mitologici tolti dal mondo greco (Dioniso e la sua sacerdotessa) si inseriscono con cuffie nella tastiera di computer gestita da un «satellite», unico collaboratore in quella virtuale e surreale assemblea romana.

I tre comunicano esclusivamente tra loro per stabilire cosa dire e cosa nascondere.

L’artista, costante nel collegare il passato al presente, lancia un chiaro avvertimento affinché la manipolazione delle informazioni non ci porti a perdere la capacità critica e ci induca ad «assorbire», senza pensare, tutto ciò che ci viene propinato.

Quando Paolo Menon tinge di rosso le mani dei suoi protagonisti e raccoglie spruzzi di colore rosso nelle ciotole a terra, richiama il sangue: il sangue delle vittime della strada, vittime per aver guidato in stato di ubriachezza ed aver procurato la morte a sé e ad altri. C’è il richiamo al senso di responsabilità nell’uso dell’alcool. E il discorso, allontanandosi dal tema della mostra, si può estendere per denunciare la violenza se l’uomo lascia sfogare istinti primitivi, impugna la clava, e semina morte.

Il riferimento alla cultura della guerra è irrinunciabile ed innesca molte riflessioni.

Due personaggi dell’assemblea sono uniti con una stessa veste, che, ampliata, li racchiude: sono la metafora della loro scelta d’amore al di fuori delle regole.

Continua il collegamento con il mondo antico: Dioniso, innamorato di Ampelo, è una normalità per il mondo greco antico, che la contemporaneità stenta ad accogliere.

A questo punto il dibattito, impossibile nell’assemblea virtualmente costituita, diviene realtà nella contemporaneità, tanto che il titolo dell’installazione si prospetta adeguato e propositivo: induce a discutere in vista di crescita umana ed apertura al prossimo.

A Perperikon, la città morta sul Rodope, dove è avvenuta la scoperta archeologica, il tempio è all’aperto e non ha colonne.

Paolo Menon le ipotizza e ne svuota una, che apre ed esibisce quale raccoglitore dei tirsi, i bastoni sacri del rito, che, finita la festa, devono essere custoditi in un luogo protetto.

La colonna dei tirsi è l’opera metafora di tutto il rituale protratto in onore di Dioniso, il cui mito, religione dei popoli primitivi, si perpetua nella contemporaneità quando rivive nelle nostre libagioni, ma il messaggio va ben oltre: dal mito delle origini alla religione dei popoli avanzati culturalmente, la colonna dei tirsi richiama il tabernacolo delle nostre chiese, in cui trova posto l’ostia consacrata e il vino che, nella celebrazione liturgica, diventa sangue di Cristo.

L’acqua nel cerchio trafitta da un tirso è il titolo di un’altra opera simbolo. Schematizza con concezione materialistica meccanicistica il ciclo riproduttivo del vino che nella contemporaneità, per scienza e competenza, ha raggiunto l’eccellenza.

Sostiamo sull’opera, che immagina Bacco bambino mentre si trastulla con un tappo di sughero. E’ titolata Prudenza quando giochi con Bacco!

Il dio bambino, sgambettando, si rallegra per chi si è salvato dal vizio del bere, ha recuperato dignità ed è tornato a sorridere alla vita.

A questo punto crediamo di riconoscere che Oinodes si sviluppa e comunica a vari livelli.

L’imponente scultura/installazione domina nell’indurci a riflettere in prospettiva di crescita umana, pur senza nulla togliere all’opera appena descritta che, nella sua apparenza giocosa, proclama il rispetto di se stessi.

Altre opere, che collegano nel tempo i riti legati al vino e alle feste in onore di Dioniso/Bacco sono di grande impatto emotivo e, figurativamente, rimandano a sintesi.

Altre creazioni avanzano come gioielli, di cui avvalersi nella quotidianità: non indispensabili, sono realizzate soprattutto per deliziare la vista e procurare gioia.

E’ il caso del Portatore enoico di luce che, adagiato su un piano, mentre diffonde soffuso chiarore ed ingentilisce l’ambiente, impreziosisce di riflessi dorati il calice Danzatore enoico, la cui postura siamo mollemente indotti ad imitare con quell’epicurea soddisfazione che ogni bel dono della natura apprezza, godendone con equilibrio.

E’ preziosa la Fiasca del pellegrino e ci incanta la sua fattura, ma quando Paolo Menon ci addita il quadro Dionisiaca è la notte, e ci invita «da retro» ad entrare nell’opera per esserne protagonisti e condividere le emozioni dell’amore, sorseggiando, in coppia, dalle Coppe di Dioniso docilmente lo seguiamo.

Al faticoso cammino del pellegrino opponiamo le delizie dell’alcova, dove assaporiamo un’aurea celestiale, che ci trascina tra gli dei dell’Olimpo. In questo regno la candida Ebe mesce nettare, seducendo sedotta.

Ma, alla fine, quando il nostro sguardo incrocia Getsemani, la nostra cultura cristiana si impone e sovrasta.

Il calice ci appare quale ritrovato Graal.

Ci ammalia per la raffinata proposta artistica e, nel contempo, inducendo rispettosa soggezione, ci riconferma nella fede in Cristo.

Con Paolo Menon abbiamo fatto un viaggio affascinante dal mondo mitologico sino ai giorni nostri.

Lo abbiamo virtualmente accompagnato in scorribande gioiose nella natura, ma ci siamo bloccati negli eccessi.

Lo abbiamo apprezzato, argomentando con lui, nel percorso teso alla ricerca della propria e altrui dignità e al rispetto di sé e del prossimo.

Ci siamo fatti anche blandire dal bello artistico allentando la riflessione, ma ci siamo riscossi davanti al mistero divino, da cui scaturisce quella scintilla, che è la forza creativa dell’artista.

Noi la riconosciamo in Paolo Menon a cui, per tutto quanto ha prodotto esprimiamo riconoscenza.

 

Testo di Marta Mai

© 2011, Intervento critico pronunciato in occasione della presentazione delle opere dell’artista all’happening «Oinòdes» presso il Salone d’Arte contemporanea del Museo Remo Bianco in Franciacorta, Monticelli Brusati (Brescia), 13 marzo 2011.


Nella foto, Marta Mai. Sullo sfondo, il particolare di uno dei 20 volti-maschera che animano l'imponente installazione scultorea del «Dibattito sui Baccanali aboliti (186 a.C.-2010 d.C.)» in esposizione al Museo d'Arte Contemporanea Remo Bianco in Franciacorta di Monticelli Brusati (Br) sino al prossimo 13 aprile.

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