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MARIO BELLINI: MENON ARTISTA ECLETTICO E POLIEDRICO, SCHIVO E SEGRETO

C'è un’inquietudine e una tensione costanti nell’opera di Paolo Menon. Che si avvertono ogni qual volta ci si pone davanti a un suo lavoro ma che non riguardano – come spesso capita nella scultura – la materia plasmata, anzi «domata» da lui, sempre con grande, rispettosa e attenta sapienza, sia che si tratti di biscuit di porcellana, sia di terracotta, sia di bronzo, anche se, come sottolinea a ragione Umberto Gavinelli, «tutto sembra di bronzo nelle opere di Paolo Menon e solo il tatto può dire se simulato o di autentica lega metallica».
Questa «urgenza» ha un’altra origine. Nasce da un instabile equilibrio – intellettuale e al contempo creativo – tra ciò che è sacro e ciò che è profano; sacro nel senso più alto e colto, ma anche volgare della parola (nel significato di popolare); e profano, allo stesso modo, nella sua accezione fine e nobile, ma anche appunto popolare. 
In questi due poli, che si attraggono e si respingono, si può trovare una delle chiavi di lettura del lavoro di questo artista tanto eclettico e poliedrico, quanto schivo e segreto, così attratto dall’energia che genera elementi fortemente contrapposti. E’ instabile e impalpabile quest’ansia che oscilla costantemente tra due poli, all’apparenza opposti, ma forse non tanto quanto possono sembrare a prima vista. E che si può spiegare meglio con un’equazione (artistica) del tutto particolare e, suppongo, formulata in modo inconsapevole dallo stesso Menon: tutto ciò che è sacro non può che tendere al profano, come tutto ciò che è profano non può che tendere al sacro. Una lente matematica che può essere d’aiuto, a mio avviso, per cercare di leggere in profondità ciò che pervade e rende «uniforme» il complesso del suo lavoro.
«Assenza, più acuta presenza», ha scritto un grande poeta del Novecento purtroppo dimenticato, Attilio Bertolucci, in una delle sue poesie più straordinarie. Un verso che riassume in quattro parole un pensiero molto profondo, che mi è tornato alla mente quando mi sono trovato davanti al calice Getsemani realizzato per la santa Messa, in cui si raffigurano tre momenti della vita di Cristo: qui, a un primo sguardo, non c’è alcunché di profano e invece è proprio quell’assenza del profano a evocarlo con forza. Così come accade al Portatore enoico di luce nel quale l’assenza apparente del sacro lo rende, invece, presente più che mai ed eleva a sorpresa quell’umile e stanca figura di essere umano.
C’è un’inquietudine, infine, anche nella cromia «placata» di queste opere nelle quali il colore è avvertito quasi come una minaccia capace di insidiare un equilibrio già di per sé precario. Nessun colore, quindi, per dare forza a ciò che non si vede, ma al quale si allude, e dove tutto, invece, è colore. Ed ecco quindi una straordinaria tavolozza tutta color legno, bronzo, terracotta, (che porta con sé anche il profumo della terra umida, e della vita), sulla quale qua e là s’intromette il candido (sacro?) bianco che, come il nero, colore non è. A dimostrazione, ancora una volta, di quanto il verso di Attilio Bertolucci colga nel profondo la cifra dell’opera di Paolo Menon: «Assenza, più acuta presenza». Mario Bellini
L'architetto Mario Bellini (nella foto) è l’unico ad avere ottenuto otto Compassi d’Oro. E’ autore di architetture realizzate in tutto il mondo. Medaglia d’oro assegnata dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi per la diffusione del design e dell’architettura (2004). Ora, tra le altre nuove opere, è in procinto di inaugurare il Museo delle Arti islamiche all’interno del prestigioso complesso del Louvre.
C'è un’inquietudine e una tensione costanti nell’opera di Paolo Menon. Che si avvertono ogni qual volta ci si pone davanti a un suo lavoro ma che non riguardano – come spesso capita nella scultura – la materia plasmata, anzi «domata» da lui, sempre con grande, rispettosa e attenta sapienza, sia che si tratti di biscuit di porcellana, sia di terracotta, sia di bronzo, anche se, come sottolinea a ragione Umberto Gavinelli, «tutto sembra di bronzo nelle opere di Paolo Menon e solo il tatto può dire se simulato o di autentica lega metallica».Questa «urgenza» ha un’altra origine. Nasce da un instabile equilibrio – intellettuale e al contempo creativo – tra ciò che è sacro e ciò che è profano; sacro nel senso più alto e colto, ma anche volgare della parola (nel significato di popolare); e profano, allo stesso modo, nella sua accezione fine e nobile, ma anche appunto popolare. In questi due poli, che si attraggono e si respingono, si può trovare una delle chiavi di lettura del lavoro di questo artista tanto eclettico e poliedrico, quanto schivo e segreto, così attratto dall’energia che genera elementi fortemente contrapposti. E’ instabile e impalpabile quest’ansia che oscilla costantemente tra due poli, all’apparenza opposti, ma forse non tanto quanto possono sembrare a prima vista. E che si può spiegare meglio con un’equazione (artistica) del tutto particolare e, suppongo, formulata in modo inconsapevole dallo stesso Menon: tutto ciò che è sacro non può che tendere al profano, come tutto ciò che è profano non può che tendere al sacro. Una lente matematica che può essere d’aiuto, a mio avviso, per cercare di leggere in profondità ciò che pervade e rende «uniforme» il complesso del suo lavoro.«Assenza, più acuta presenza», ha scritto un grande poeta del Novecento purtroppo dimenticato, Attilio Bertolucci, in una delle sue poesie più straordinarie. Un verso che riassume in quattro parole un pensiero molto profondo, che mi è tornato alla mente quando mi sono trovato davanti al calice Getsemani realizzato per la santa Messa, in cui si raffigurano tre momenti della vita di Cristo: qui, a un primo sguardo, non c’è alcunché di profano e invece è proprio quell’assenza del profano a evocarlo con forza. Così come accade al Portatore enoico di luce nel quale l’assenza apparente del sacro lo rende, invece, presente più che mai ed eleva a sorpresa quell’umile e stanca figura di essere umano.C’è un’inquietudine, infine, anche nella cromia «placata» di queste opere nelle quali il colore è avvertito quasi come una minaccia capace di insidiare un equilibrio già di per sé precario. Nessun colore, quindi, per dare forza a ciò che non si vede, ma al quale si allude, e dove tutto, invece, è colore. Ed ecco quindi una straordinaria tavolozza tutta color legno, bronzo, terracotta, (che porta con sé anche il profumo della terra umida, e della vita), sulla quale qua e là s’intromette il candido (sacro?) bianco che, come il nero, colore non è. A dimostrazione, ancora una volta, di quanto il verso di Attilio Bertolucci colga nel profondo la cifra dell’opera di Paolo Menon: «Assenza, più acuta presenza». Mario Bellini
L'architetto Mario Bellini (nella foto) è l’unico ad avere ottenuto otto Compassi d’Oro. E’ autore di architetture realizzate in tutto il mondo. Medaglia d’oro assegnata dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi per la diffusione del design e dell’architettura (2004). Ora, tra le altre nuove opere, è in procinto di inaugurare il Museo delle Arti islamiche all’interno del prestigioso complesso del Louvre.
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