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MARINA MOJANA: CHE ARTE PER BACCO!

La prima volta che vidi una sua retrotela fu a New York, lo scorso 10 novembre. All’Italian Academy for Advanced Studies in America della Columbia University, tra la 116a e la 118a strada, presentavano il suo libro «Per vino e per segno – Le più belle etichette d’autore vestono il vino italiano» (secondo volume edito dal Centro diffusione arte di Milano). Ero andata all’appuntamento credendo di incontrare un grande creativo: barba e capelli neri, quasi blu, la presenza scenica dell’attore, l’eleganza innata dell’art director, la curiosità del giornalista ma, soprattutto, da oltre vent’anni la passione del collezionista di bottiglie di vino (eccellente), vestite da etichette d’artista (eccellente): nella sua magione di Perego, tra i boschi dell’Alta Brianza, detta Ca’ Dona dal nome della moglie Donatella, ne conserva circa 400. Con mia grande sorpresa ho trovato invece un artista: è Paolo Menon, un innamorato del bello e del buono, un teorico dell’etica dell’estetica. Un uomo poco più che cinquantenne che, dopo trent’anni, con tremore e delicatezza torna alla tela (o, meglio, al suo retro) dimenticando per un attimo il fruscio della carta stampata, la nitidezza delle fotografie, l’armonia del segno grafico che hanno segnato negli ultimi decenni la sua fortunata carriera nel mondo dell’editoria, tra i periodici di Rusconi e Rizzoli.

Nei primi anni ’70, infatti, aveva esordito come pittore in una piccola galleria di via Conca del Naviglio, a Milano, ma poi la passione per il disegno lo aveva portato a schizzare abiti per belle donne, e a dipingerli a mano, a disegnare pagine di giornali, a inventare loghi fortunati, come quello del magazine Max.

Con un gesto da autentico performer postdadaista, nel 1974 aveva creato per Elsa Pontiggia, giornalista di Playboy, un abito da sera cucito con alcune decine di metri di seta bianca crue svizzera, su cui poi aveva tracciato di getto motivi arabeggianti e monocromatici.

Stilista, designer, pittore, suggeritore di cose belle ed esotiche, amava dipingere ad acrilico e a carboncino, e per hobby realizzava scialli multicolori per le più belle signore della “Milano da bere” degli anni ’80.

Attratto dalla simmetria dei capolavori del Rinascimento, ma anche dagli orpelli dell’arte barocca, a poco a poco si è lasciato conquistare dal postmodernismo americano di Andy Warhol e nel tempo ha messo a punto una cifra stilistica che assomiglia molto al pret-a-porter inglese degli anni ’60: eccentrica e diretta, facile e sofistica al tempo stesso.

Nel salone del teatro dell’Italian Academy di New York ho visto cinque suoi quadri, dipinti sul retro della tela con tecniche miste, dal collage alla pittura, e tutti solcati dal tratto seghettato di una sforbiciata, una sorta di firma in codice che Paolo Menon ama lasciare in ogni sua composizione. Forse tagliare e perforare la carta è per lui come andare al di là del mistero della vita, svelando il segreto della realtà e della creazione artistica. Ecco allora prendere forma gli “Omaggi” a grandi artisti del XX secolo, scelti tra coloro che hanno saputo creare etichette d’arte per storiche bottiglie di vino. Primo fra tutti Arnaldo Pomodoro: allo scultore marchigiano Paolo Menon dedica una retrotela (cm. 35x50) realizzata in occasione della presentazione del primo volume Per vino e per segno (2003) ad Appuntamenti d’arte a L’Albereta di Erbusco (Brescia). La sua è un’operazione ambiziosa: aiutarci a conoscere il vino attraverso l’arte e l’arte attraverso il vino; non certo per ragioni di marketing, ma per puro gusto del buon vivere. In mostra c’era anche la retrotela Omaggio a Enrico Baj, realizzata cercando la complicità con il pittore, da poco scomparso, mentre faceva il ritratto al proprio nettare, il Vino della pace di Cormòns. Ancora l’Omaggio a Salvatore Fiume e alla copertina del primo volume Per vino e per segno. E poi, Adorato Bacco: un piccolo caratello siciliano (di Marsala) che ha aperto, utilizzandone ogni singola doga, per realizzare il dio Bacco totemico e l’adoratore ai suoi piedi. Si tratta di un omaggio al sole e alla splendida terra di Trinacria.

Un calice di vetro nero, senza stelo, che si infrange nel mezzo di una magica notte abitata dal dio greco del vino e dell’ebbrezza (Dioniso) e dalla dea dell’amore (Afrodite) è invece il soggetto di Dionisiaca è la notte, in mostra dal 18 novembre al 31 dicembre all’esposizione di 16 retrotele presso la sala Curtefranca del Museo d’arte contemporanea Remo Bianco in Franciacorta di Monticelli Brusati (Brescia). Il frutto della vite, simbolo di continuità tra vita e morte, e il fiore dell’arte, espressione di realismo infinito, sopravvivono entrambi alla fine terrena del loro artefice.

Oltre alle sue esposizioni oltreoceano e nazionali, non ho voluto però perdere l’occasione di visitare la sua collezione e la sua cantina. Belle come sculture sono le bottiglie con l’etichetta d’argento sbalzato, firmate dal veneziano Fabrizio Plessi (per il magnum Bosco del Merlo) o da Giorgio Celiberti, Riccardo Licata, Armando Pizzicato e Carmelo Zotti per la serie Vineargenti di Paladin & Paladin. Mentre un piccolo capolavoro è la bottiglia intarsiata con 250 diamanti Swarovski, interpretati in Polvere di Stelle da Gianmaria Cesari per una profumata miscela di uve Sangiovese e di Cabernet Sauvignon. Appese alle pareti dello studio altre sue retrotele: per esempio, il bellissimo Omaggio a Maurice Henry, un cigno di carta velina che aleggia sull’edizione speciale dell’etichetta, in tiratura limitatissima (L’inebriato) per ricordare l’artista surrealista francese scomparso a Milano nel 1984, e il poetico Omaggio a Morandi, in cui alcune bottiglie, scolpite a basso rilievo e sui toni delicati del verde e dell’oro rosa, un tappo e pochi frammenti floreali, trasmettono il senso della metafisica.

Il commiato è dei più beneauguranti, con un brindisi al Plenum Tertius, un matrimonio al 50% tra il Tempranillo Munoz di Toledo e il Sangiovese Dievole di Toscana: “Da sé partire, ma non con sé finire”. Come dire che nella vita, come nell’arte, è bene cominciare da sé, ma non aversi come meta.

 

RASSEGNA STAMPA

Testo critico di Marina Mojana

Da: © Spirito DiVino, la rivista per meditare centellinando, n.5, dicembre 2004 – gennaio 2005.

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