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LUCIANO SIMONELLI: PAOLO MENON, UN AMICO RITROVATO

Curiose trame ti offre la vita: sono casuali oppure fanno parte di un canovaccio dove tutto è già stato scritto?

Quando avrò avuto cinque o sei anni, spesso, a Siena, zia Rosa mi prendeva sulle ginocchia e mi faceva sobbalzare tra le mie risate canticchiando Il tamburo principale della Banda d’Affori… e, guarda caso, tanti anni dopo, dal 1 aprile del 1970 eccomi proprio là, a Milano, nel quartiere di Affori. Non per un pesce d’aprile ma perché c’erano tutte le redazioni dei periodici allora del Corriere della Sera poi, negli anni, diventati Rcs, ed anche quella della Domenica del Corriere dove l’allora direttore Guglielmo Zucconi aveva voluto che ne facessi parte. Una decina di anni dopo, quando ormai mi ero ambientato molto bene, scrivevo con soddisfazione i miei articoli, viaggiavo da inviato speciale occupandomi di cronaca, di politica e molto di cultura guidato, all’inizio, da un maestro come Giulio Nascimbeni ecco che una mattina comparve lui: Paolo Menon. 

Quando lo vidi uscire dall’ascensore al primo piano di Via Scarsellini 17 dove pulsava la redazione della Domenica del Corriere provai subito un istintivo senso di solidarietà. Sì, perché, in un ambiente in cui prevaleva l’abbigliamento casual e dove io, provincialmente, mi ostinavo invece ad essere sempre impeccabile in giacca e cravatta, vedere un «nuovo» che giungeva in blazer, camicia bianca, papillon, baffetti, capelli perfettamente pettinati fu quasi come una boccata di aria pura per me. E l’apparenza del nuovo arrivato ebbe davvero un che di rivoluzionario quando Paolo Menon entrò nel grande salone dove lo attendeva una scrivania nella redazione dei giornalisti grafici del giornale, dove c’era, tra gli altri, il mitico Mario Uggeri, grande artista del disegno, autore di varie copertine della Domenica del Corriere, e dove il più formale degli abbigliamenti era camicia con colletto aperto e maniche arrotolate. 

Ma Menon non fece una piega e seppe conquistare in un lampo l’amicizia di tutti con i suoi modi affabili, un atteggiamento pacato, e un innegabile talento. 

Poi ognuno ha seguito gli itinerari della propria curiosità, della propria creatività, delle proprie pulsioni espressive. 

Menon non mise le radici alla Domenica del Corriere. Poco più dei fatidici 18 mesi di praticantato per diventare giornalista professionista e spiccò il volo. Sì, giusto il tempo perché tutti capissimo il suo valore ed eccolo ascendere al secondo piano di Via Scarsellini 17, dove c’era la redazione di Amica, in quegli anni Ottanta il più glamour dei settimanali femminili italiani dove i ruoli di caporedattore e direttore artistico erano su misura per lui. E quanto questo fosse vero lo dimostrò il successo che regalò a quel giornale grazie anche agli splendidi, innovativi servizi fotografici in mezzo mondo scaturiti dalla sua creatività. 

Ma Menon, dietro quella sua apparenza tranquilla, quieta, riflessiva, nel suo naturale saper coniugare una continua sete di cultura e di approfondimento culturale con la creatività, ecco che ha da sempre la scalpitante irrequietezza di un puledro di razza, di uno quei  cavalli che lui ama tanto. Uno di quei cavalli che non pensano ai derby, che non amano tanto gare e vittorie ma correre, soprattutto correre, davvero liberi da ogni vincolo, inebriati dal gradevole schiaffo del vento e dalla certezza di sentirsi poi come ritemprati, rigenerati, pronti ad affrontare e a soddisfare una nuova curiosità creativa.

Quante inebrianti cavalcate ha fatto il puledro Menon dai tempi dei successi ad Amica: ha fatto rinascere periodici come Il Piacere per Rusconi Editore, ne ha progettati tanti altri come Max (Rcs) di cui è stato co-fondatore, è approdato come art director alle Edizioni Conde Nast, quelle di Vogue, per Class Editori ha progettato e diretto varie testate e poi Case&Country, periodico di life style e vita in campagna. Ha anche trovato il tempo di creare Ad Hoc, uno studio di grafica giornalistica dove ha posto una particolare attenzione alla ricerca e valorizzazione di nuovi talenti. E poi, e poi…

E poi, basta. No, non si ferma. Ma il giornalismo non gli basta più, deve lanciarsi a briglie sciolte su praterie ancora più sconfinate. Nel 2003 asseconda le sue pulsioni artistiche. Si rivela scultore e che scultore! Dal 2010 è membro della La Permanente di Milano. Mostre, premi, consensi della critica. Ma scrive, anche, saggi sul mondo dell’arte e del vino…

Dopo quei primi Anni Ottanta alla Domenica del Corriere non avevo più visto Paolo Menon. Sì, ci eravamo occasionalmente incrociati qualche volta ma niente di più. Mi faceva però sempre piacere sapere che quel giovane in blazer e con il papillon di tanti anni prima, che sprizzava talento da tutti i pori, vedeva riconosciuta la propria bravura. 

Per uno come me che è sempre andato professionalmente avanti senza alcun sotterfugio, che ha sempre creduto e crede nella meritocrazia, era confortante sentire che il merito di Menon veniva premiato. Come era stato altrettanto confortante per me riuscire a scoprire e pubblicare sulla Domenica del Corriere e in volume testi inediti di Pier Paolo Pasolini, Dino Buzzati, Giovannino Guareschi, Guido Piovene, come poter liberamente tracciare il ritratto della letteratura italiana del Novecento nell’irriverente, ma autenticamente libero, «Un Romanzo nel Cestino» (Elle Edizioni) o nella biografia di Mimy Piovene «I giorni della vita» (De Agostini). Eppoi, visto che divulgare è da sempre stato il mio primo «mestiere», avevo davvero gradito essere chiamato a Selezione dal Reader’s Digest, un periodico di respiro veramente internazionale realizzato coniugando le regole del giornalismo di divulgazione con quelle della editoria dei libri. 

Già, i libri. Critico ed anche cronista letterario lo ero stato settimanalmente su la Domenica del Corriere per oltre quindici anni, quando con mia sorpresa, mi strappò dal Digest l’offerta di assumere la Direzione Generale ed Editoriale dell’Area Libri Rusconi che comprendeva Rusconi Libri, Idealibri e la società di promozione editoriale Eurolibri. 

Fu una bella ed entusiasmante avventura ma quando cominciò a comparire Internet, nel 1994, io non fui tra coloro che sostenevano che «la novità» non avrebbe avuto futuro. Anzi, fui davvero visionario immaginando, fin da allora, quello che è poi puntualmente accaduto e, come avrebbe poi fatto Menon nel 2003, ecco che rovesciai il tavolo della mia esistenza professionale. Sì, decisi coraggiosamente (qualche «amico» della categoria degli «accomodanti» sempre e innanzitutto attenti a salire sul carro dei vincitori puntualizzò: presuntuosamente) di aggiungere a quella di giornalista professionista, la professione di editore di libri ed eBook con da subito — era il 1996 — una significativa presenza online mentre il resto dell’editoria italiana ci avrebbe messo almeno quattro anni ancora per cominciare a comprendere che anche per i libri stava arrivando il Terzo Millennio…

…e veniamo a quel pomeriggio del 26 gennaio 2017 quando Paolo Menon ricompare nel mio mondo e viene a trovarmi. 

Sì, non ha più blazer, la camicia bianca e il papillon, ora è più casual. I capelli sono raccolti in un codino, ha quel velo di barba lunga che oggi va tanto di moda, ma tutte queste diversità non contano nulla. 

Appena lo vedo, ci riconosciamo e ci abbracciamo, non pare affatto che siano trascorsi oltre trenta anni dall’ultima volta di un nostro incontro. E subito eccoci a confabulare, a raccontare, a riannodare fili di discorsi come se si fossero interrotti ieri. A fare addirittura progetti.

Praticamente una vita è volata via e ha lasciato i suoi segni nelle nostre esistenze. Siamo cresciuti? Siamo riusciti a sviluppare la nostra creatività, abbiamo ambedue rischiato molto per inseguire i nostri sogni. E lo abbiamo fatto lucidamente, con coerenza, contando soltanto sulle nostre forze. Non dover dire grazie a nessuno è già un buon risultato: vero Paolo? Sì, hai ragione, è tempo di aprire quella tua cassetta di legno per vini dove per anni hai conservato il lato più intimo della tua creatività. Già, quelle tante poesie lì nascoste, quasi per pudore, a sedimentare. Ma le poesie non hanno bisogno di invecchiare come il vino per migliorare. Eppoi, nella maturità è vietato avere pudore dei propri pensieri e delle proprie parole perché sono sintesi della saggezza maturata in una intera esistenza tutta protesa, come è accaduto a noi, alla ricerca del bello. 

Quanto questo fosse il momento giusto per dichiararsi ed essere poeta, insieme a tutto il resto, caro Paolo, te lo hanno dimostrato le valanghe di positivi giudizi critici e di premi quando dalla cassetta di legno per vini sono emerse le raccolte «Della Vite il pianto e altre poesie» e poi «Pietre d’inciampo» pubblicate da Bellavite Editore.

Allora, caro Paolo, era naturale, forse era già scritto in quel canovaccio delle nostre vite che noi siamo stati soltanto chiamati a recitare, che dopo oltre trenta anni ci ritrovassimo nei ruoli giusti. 

Tu il Poeta, io l’Editore, Simonelli Editore, e una comune storia di ammirazione, stima e amicizia. 

Sì, gli ingredienti ci sono tutti per pubblicare una tua, spettacolare, silloge poetica. 

Così, a «Scena aperta», appunto. Signore e Signori, Paolo Menon. (L.S.)

 

Testo di Luciano Simonelli, tratto dall’introduzione della silloge «Scena aperta» di Paolo Menon, Simonelli Editore, 2019.

Illustrazione: Anni Ottanta, Paolo Menon «trotta» dalla redazione della Domenica del Corriere verso Amica, nel divertente e ironico disegno del grafico-disegnatore Maurizio Ricci.

 

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