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LA POETICA DI MENON SECONDO ROCCO CENTO

NEL MIO SGUARDO CERCAMI. Ho letto questa silloge con autentico interesse. Prima ancora, di Paolo Menon, un autore di sicuro trasporto, avevo letto la sua ultima raccolta “E bevo dal logos”, che mi aveva coinvolto al punto di volerne scrivere alcune note critiche.
Questa silloge, dell’ottobre 2020, risente del clima di quell’anno, di piena “pandemia”; un evento inatteso, sventuratamente sorprendente, che tutti hanno patito e che in Menon arriva a segnarne financo lo stile, discontinuo qui, come altrimenti non potrebbe essere.
La prima cosa che sgorga liberamente dai miei pensieri, lungo la lettura di questa bella e significativa raccolta, è l’Antigone. Come in questa pregevolissima tragedia di Sofocle, la ribellione, la resistenza, magistralmente enunciate, sfiorano, accarezzano il testo di Menon nella sua complessità. Una laboriosità del quotidiano che innalza la poesia, riportandola al suo compito primario, la denuncia, l’impegno civile.
Insieme ad Antigone, di rimando, non posso evitare una serie di considerazioni che ne conseguono e che in me prendono una connotazione precisa, forse indotta dalla mia formazione, come è per tutti.
Penso al “pragmatismo” anglosassone, in particolare, del quale provo grande orrore. Il mondo classico è finito, ci hanno pensato gli Americani a recitarne il de profundis, insieme al suo interramento lungo un funerale interminabile ove tra tutti gli assenti mancavano in particolare “i dolenti”, soprattutto loro. Non che il mondo anglosassone non conosca la cultura classica, la conosce, ma solo nell’isola d’origine. Il nuovo mondo abbisognava di una tabula rasa del passato, mirando fortemente al futuro e serbando del passato quanto di più triviale si trascina da secoli e secoli.
Intendo dire che non c’è tragedia, il tragico quale sentimento esistenziale è assente da quel mondo. Quel pragmatismo del mezzo pieno, era sconosciuto ai Greci, agli Europei; c’era il loro, in noi, prima, una consapevolezza dello “effimero”, del transeunte, poi, della croce, del dolore. In questo crogiuolo di incompiutezza, lo spazio del dolore era vissuto nella tragedia, nella catarsi, nella finzione. La poesia era il veicolo prediletto per trasmettere questi sentimenti, la poesia. Questa dava vita all’eroico, all’epico, al riscatto, alla ribellione. Un sistema morale compiuto che vedeva andare al proprio posto ogni tassello del mosaico dell’esistenza, restituendo una coerenza forse fittizia, certo consolatoria. Troneggiava Eracle, prima, Cristo, dopo. Ora non più, per le ragione che sappiamo, per la guerra vinta, come se fosse stata vinta solo da loro. Pertanto, risulta vincente il “facile”, l’ovvio, l’autodeterminazione dello specchio condizionato da un “sé” domestico, ammaestrato, dimenticando in toto che l’immagine che lo specchio riflette non è il sé, il proprio sé, ma una proiezione imbastardita dell’io, del noi, senza appello, senza umanità.
Ecco che allora Antigone assume una nuova pregnanza, restituendoci quella origine originaria che fa di noi quello che siamo, rendendo possibile il sacrificio, la ribellione, il rifiuto dello “ingiusto”, dello “amorale”, disubbidendo come Paolo Menon, ribellandoci come ogni poeta degno di tale nome.
Per concludere, mi piace richiamare l’ottima prefazione di Claudio Barna, talmente analitica e rigorosa da rendere inutile ogni aggiunta, come altrimenti e con eguale forza, senza escludere una evidente ammirazione, Daniele Crippa fa nella sua postfazione all’opera “Nel mio sguardo cercami” di Paolo Menon.
 
 
Testo critico di Rocco Cento, scrittore
Da: «Quaderni Ossolani» di critica letteraria, Domodossola, 11 dicembre 2021
 
E BEVO DAL LOGOS. Tralasciando la fortuita occasionalità degli incontri, appartenente pure al mistero, un titolo che richiama il logos non passa inosservato, né il richiamo al labirinto che troneggia segnando la copertina di questo libro misterioso. Un testo poetico. Una silloge. Sembra assurdo, eppure il richiamo niente affatto lo è. Il logos sarebbe contrario all’assurdo, parrebbe; ovvero, in questo essere l’illogico alberga? Che senso, quale è il significato, dicendo del logos? Dio, Ragione, Universo, “De l’Infinito, Universo e Mondi”?
Il 17 febbraio 1600, Giordano Bruno bruciava. Una pira lo ardeva in Roma a piazza Campo de’ Fiori. Se lo meritava? Sì. Un eretico, fuor di dubbio. Altri? Sì. Chi? Poeti, poeti. Chissà se quel giorno diciassette era freddo? Avrebbe aiutato. La pira avrebbe scaldato. In piazza Campo de’ Fiori. Là il logos? Era presente, certo. Senza muovere dito? Sì, perché mai diversamente? Morire bruciati fa male? Si suppone di sì. Tanto male, ma è breve. Il dolore se è poco, passa solo, così se immenso. Se immenso guarisce in fretta. Quindi. Non esisterebbe. Un istante quanto dura? Quanto una vita, dura. Una vita, quanto una vita. Sono uguali, dolore e vita, identici. Le cœur a ses raisons que la raison ne connaît point. Vero. Anche, la ragione ha la sue ragioni che la ragione non conosce affatto.
Ecco, Paolo Menon dice questo. Non c’è altro mezzo che la poesia per dirlo. Per questo andrebbero bruciati, i poeti. Affabulano. Strologano. 
 
 
Testo critico di Rocco Cento, scrittore
Da: «Quaderni Ossolani» di critica letteraria, Domodossola, 3 dicembre 2021
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