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GUARDATE L'ETICHETTA, SPESSO C'È L'ANIMA DEL VINO

Sensazioni, odori, suggestioni nelle carte di bottiglia dove capita di trovare il gotha della pittura del Novecento Il vino è un’arte antica, antichissima. Una ricerca continua, sempre in bilico tra innovazione e tradizione; per molti, la sublimazione dell’esistenza, nelle sue mille sfaccettature: olfattive e gustative di chi ne ama la sobria compagnia; ma anche di chi ne cura, con pazienza e speranza, la nascita in vigna, la giovinezza in cantina, la maturità in bottiglia. Lavoro lungo, fatto di mille segreti, di mille tentativi e paure, di fallimenti, ma anche di eclatanti trionfi.Il vino è un’arte e con l’arte ha sempre camminato a braccetto; poesia, prosa, pittura si sono sempre alternate al suo fianco decantandone le lodi. Non sfugge ai più attenti osservatori che molti artisti si cimentano in un’operazione più sottile, intrigante; si potrebbe dire, multimediale. Non inneggiando peana generici e talvolta un po’ ruffiani, ma giocando sulle sottili sensazioni date da un vino per interpretarne l’anima e trasporla in un’etichetta.
Così, a scavare, a collezionare, si scopre che il gotha della pittura del Novecento è passato attraverso questo corridoio dell’anima, ha sublimato in pochi tratti di penna e di colore, sensazioni uniche da trasmettere a un vasto pubblico. A cercare queste sensazioni dell’anima (e non solo) ci si è messo da oltre vent’anni, Paolo Menon, giornalista, grafico, art director ed editore tra i più affermati dell’editoria nazionale. Cultore di un gusto raffinato per tutto ciò che è bello, ma, soprattutto, per tutto quanto provoca emozioni dell’anima, Menon è tra i maggiori collezionisti di etichette create da artisti appositamente per un vino.
Una ricerca, come lui stesso descrive nel suo Per vino e per segno (Centro Diffusione Arte-Milano, pagine 201, euro 78) iniziata negli anni Ottanta e che dura tuttora. “Non ho mai badato alla quantità dei meravigliosi foglietti di carta che negli anni ho ricevuto in dono o che ho richiesto espressamente alle aziende vitivinicole per completarne la serie o per arricchire la mia collezione”, afferma l’autore nell’introdurci in questo viaggio mistico, amorevole e passionale nel mondo delle carte da vino. “Ho badato piuttosto alla qualità del messaggio artistico che mi comunicavano, assegnando a ciascuna la pagina di un album su cui annotare in calce le mie scoperte sull’autore, le tecniche di stampa adottate, la progettazione grafica, le note sul vino e sul produttore”.In questa spiegazione sta il succo del libro e della sua idea primigenia. Un’idea solo apparentemente semplice e lineare; in realtà complessa e sottilmente trasversale. Ecco allora che, sfogliando con sempre più acuta voracità le pagine di questo meta-volume ci si accorge, passo dopo passo, che esso non è un banale excursus d’arte sposata al vino, né uno dei tanti (troppi?) volumi patinati, che puntano solo a colpire l’occhio di chi li guarda. Esso in realtà ci parla di movimenti artistici che si dipanano dagli albori del XX secolo, fino alle correnti più ardite dei nostri giorni; di artisti che non interpretano se stessi, ma si mettono al servizio di un’idea realizzata da altri artisti, i vignaioli.
Ma esso è anche un attento studio della grafica, del tratto, suadente ed essenziale, come quello di Guttuso per il Libecchio Bianco di Sicilia ’83 del barone di Turolifi, piuttosto che quello naif di Romano Levi per l 'Asti Docg la Selvatica, o quello sognante di Pietro Cascella per il Passito ’98 di Zaccagnini; o ancora, quello opulento di Fernando Botero, che ha concesso l’utilizzo della sua opera Il ratto d’Europa per una limitata produzione di Brunello di Montalcino ’97, promosso come future sul mercato finanziario internazionale, fino a quelli graffianti di Giorgio Forattini per lo Chardonnay ’89 Banfi o di Altan (2001) e Silver (2003) per i produttori di Ghemme. E poi l’attenzione per la carta usata, per la tecnica compositiva, per i metodi di incollaggio dell’etichetta alla bottiglia.
Con levità e amore, Menon ci porta per mano attraverso questa specialissima pinacoteca, ricca di oltre 200 opere (ma la sua collezione ne ha alcune migliaia), riempie ogni pagina di suggestioni viscerali, perché frutto del connubio dell’arte figurativa, del gusto del bello e dell’amore per il vino, insiti in ognuno di noi e quindi di facile interpretazione. Suggestioni che non lasciano spazi all’improvvisazione, ma che ci guidano, con lucida razionalità estetica, alla scoperta di decine di maestri dell’arte italiana e internazionale dell’ultimo secolo; e, per converso, ci danno anche un altro messaggio: la capacità dell’artista di sublimare il concetto di un vino, rendendolo essenziale e universale nello stesso tempo, creando un potente e suggestivo strumento di marketing, che inviti alla scelta, visiva e onirica, prima che degustativa e razionale.
Coglie nel segno Antonio Piccinardi, giornalista, scrittore e tra i massimi esperti enogastronomici, quando sottolinea, nella sua introduzione, che l’artista che pensa l’etichetta di un vino non si limita a portargli in dote il prestigio del suo segno, ma ne interpreta l’essenza creativa, ne plasma una fisionomia riconoscibile. Il vino si affranca così dai suoi confini spazio-tempo, diventa ambasciatore di un linguaggio universale, quello dell’arte.
Menon, come gli artisti che evoca nel suo Per vino e per segno, compie la stessa operazione mediatica: trasmette al lettore, ma soprattutto all’amante dell’arte e/o del buon vino, un sentimento, una forza primordiale, una carica vitale all’origine del tutto: la vita.

RASSEGNA STAMPA
Testo di Carlo Maria Gerevini
Dal quotidiano: © Unione sarda, pagina della Cultura, 22 ottobre 2003