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GIORGIO FALOSSI: COSA PUO' TRASCINARE UN ARTISTA SULLA VIA DI DAMASCO?

Non a caso nasce designer. La solita brutta parola che gli anglo-americani ci hanno imposto. Designer indica un professionista che si occupa di progettazione, un tipo che ha delle idee fuori dell’abituale che possono essere realizzate. Designer sta anche per creatività, il che prevede organizzazione e talento.

Sto parlando di Paolo Menon, cui aggiungo, a queste sue qualità, che lo vedono nascere designer, anche un’altra cosa di estrema importanza, che non sempre viene considerata nel tutto compreso per fare questo mestiere: la cultura. Alle doti creative Paolo Menon aggiunge la cultura. Tanta, tanta cultura.

Al di fuori di questa piccola introduzione che può essere interpretata con una punta di ironia, la parola designer viene da disegno e applicato alla persona vuol dire disegnatore.
Paolo Menon non a caso nasce disegnatore. E nel disegno si riconosce. Del disegno rimane

la traccia sulla carta e sulla tela, per divenire poi provocazione nella scultura. Questo percorso si ritrova in un suo iniziale catalogo del 1979 dal titolo «Concetto visuale». Voglio usare, per i segni in bianco e nero che occupano le pagine bianche, il termine di astratto. Sono segni astratti in inchiostro nero che frammentati danno origine a semplici visualità geometriche. Sono segni che accompagnano in un gioco figurale le parole tratte dalla Enciclica «Redemptor hominis» di Papa Giovanni Paolo II.

Il tutto è messaggio per uomini o donne, per forti o deboli, per sconfitti o vincitori. Un messaggio dove la parola è segno e il segno diviene motivazione di immagine. Rimane un volteggiante silenzio e la struttura ci porta alla riflessione. Il ritmo del segno si traduce in una dimensione spaziale fatta di parole che portano direttamente a riflessioni che travalicano la verifica del vedere.

Paolo Menon nasce nel 1950. Grafico editoriale sin dagli inizi degli anni ’70 diventa Art director di prestigiosi settimanali e mensili per circa un ventennio. Nel 1979, data della pubblicazione del citato catalogo, marcia verso i trent’anni, età in cui la sua formazione si consolida e già cerca il colpo d’ala per inserirsi in un suo mondo artistico, il mondo che ha sognato, costruito e in cui crede.

Nel 1982 diviene Giornalista professionista, ma il gusto e la passione per l’arte grafica non l’abbandona mai, anzi la sua nuova professione gli permette di restare in contatto con la carta stampata in un contributo di alta qualità. Nel 1989 esce il libro-diario del cavaliere dal titolo «Breviarium ad usum equitum».

Nel 2003 abbandona la sua attività professionale generica per dedicarsi a quella parte specialistica che riguarda la cultura del vino. E la scultura.
Per la realizzazione delle sculture, due linee da seguire: la semplicità dei mezzi per il raggiungimento delle opere e la presenza materica e fisica fino ad essere imponente, sovrastante dell’opera stessa. Niente viene nascosto, al lavoro si aggiunge la fantasia, poi tutto fiorisce: stele lignee coperte di sughero, rilievi di foglie in terracotta, biscuit di porcellana e tappi vinari, retrotele assemblate, ceramiche e centrini all’uncinetto (1). L’abilità della mano è sempre presente, guidata dalla mente sino al raggiungimento diretto con l’arte. Ma bisogna arrivare al 2004, anno in cui gli viene assegnato il Premio Bellavista Franciacorta del Ventennale, e selezionato per il Bancarella, (Bancarel'Vino, ndr) per la pubblicazione «Per vino e per segno: le più belle etichette d'autore vestono il vino italiano». E questo stesso libro si qualifica secondo tra i Venti libri da gustare al Salone del libro di Torino. Nel 2006 grande personale dal titolo «Dei Tirsi divini: rilievi di luce bronzea nel tempio onirico di Dioniso». La mostra si tiene a Valdobbiadene nella sala museale della Villa dei Cedri, una sala trasformata in un antico tempio dionisiaco ovale, sotto l’egida e con il patrocinio del Forum Spumanti d’Italia, dell’Altamarca e del Comune di Valdobbiadene. Fu una mostra epocale, sia per l’organizzazione esterna, sia per le opere, sia per la durata: sei mesi con visite aperte alle scuole e agli intenditori di arte e di vini. Una mostra che si avvalse di simbolismi acuti e profetici dell’artista che seppe utilizzare gli spazi come passeggiata nella civiltà del vino attraverso i secoli. Un cammino attraverso sculture di bronzi che sembravano sculture lignee del ’400 e legni che dovevi ben tastarli per capire che non fossero bronzi.

Nel 2009 un volume di grande formato dal titolo «Il Bello di Bacco: appunti di viaggio nelle eleganti terre enoiche dell’arte». Una valanga di notizie storicamente illustrate che toccano i vari centri del Mediterraneo, le tavole imbandite, le seduzioni del bere.
Segue nel 2010 «Oinòdes: le forme del bere ed altre che sanno di vino, ispirate alla mitologia ellenica, all’eros, alla religione, alla politica»: è una mostra personale di scultura sul tema tenutasi al Museo d'Arte contemporanea Remo Bianco in Franciacorta.

Oinòdes è una parola greca che vuol dire «che sa di vino». Vi appaiono «La fiasca del pellegrino», calici a tiratura limitata, lampade, figure, e una installazione di Tirsi ferrei: sono ritratti di personaggi della mitologia con veli e stole in tessuto, con monili e strutture in terracotta e ferro.

Ed è il Tirso, l’oggetto, l’elemento che appare spesso nelle opere di Paolo Menon. E mi pare che valga la pena fare chiarezza su questo simbolo amato ed esposto nelle varie mostre dal nostro artista.

Il Tirso è praticamente un bastone che si trasforma in un simbolo quando alla sua sommità vengono poste pigne, o grappoli e lungo il suo corso vengono avvinghiati tralci d’uva, foglie, edere, ed ancora panneggio grezzo. Un simbolo insomma che si trasforma e che il nostro artista modifica con aggiunta di immagini, in questa occasione venti ritratti con mani e testa, elaborati o discendenti di antichi eroi, divinità, guerrieri, e poi senatori e baccanti.
Così per Paolo Menon quello che noi qualifichiamo simboli e lui chiama Tirsi sono virtuali esseri viventi od oggetti del nostro vivere, meglio ancora presenze attive della natura, sono odori che egli ha sentito vaganti per l’aria, sono elementi primari e costitutivi della memoria, di una civiltà che l’uomo comune non apprezza perché soppresso da impellenti inquietudini. Nascono così i Tirsi di Paolo Menon. Sono bastoni che con l’arte acquistano, per volontà divina o stregoneria, una esistenza e un significato loro particolare dalle più svariate ed arricchite forme capaci di messaggi e panoramiche visioni. E sotto la sua fantasia creatrice i Tirsi non sono più bastoni ma essenze fantastiche caratterizzate da una prepotente linearità, agghindati da elementi in continua decostruzione o ricostruzione che indicano la vita in continuo movimento o mutazione. Un’anima, il Tirso che attraversa i secoli, che Paolo Menon inserisce nella scultura e ci fa sentire in questa mostra come in altre rivelando la pienezza straordinaria che sa trasformarti la storia in poesia. I Tirsi divengono vere e proprie sculture che possono essere capite attraverso il ricorso ad una iconografia che, partendo dall’antica Grecia, nutre la nostra cultura e riempie i nostri dubbi e le nostre esitazioni esistenziali.
Ma il Tirso è un bastone. Bastone del potere, impugnato da capi e capetti nostrani, usato per colpire. Bastone e magari anche carota; un motto tanto caro ai politici che spesso riducono la carota e trasformano il bastone in clava. Mazzate al popolo, mazzate ai contribuenti, mazzate a chi non aderisce.
Tralascio tutte le altre attività collaterali di Paolo Menon: mostre, partecipazioni, iniziative, presenze, per venire a qualcosa che mi ha stupito. Di recente. Parliamo del 2011 e 2012.
Mi domando: cosa trascina un artista sulla via di Damasco? Non certo perché si chiama Paolo.
Mostra personale: «L’Uomo, da Dioniso a Cristo». Sculture a Palazzo del Vicariato Maffei Marescotti di Roma/Vaticano. Mostra in itinere di sculture con approdo nella Cattedrale di Verona, il titolo sempre: «L’Uomo, da Dioniso a Cristo». Ed oltre i cataloghi e i pamphlet, che accompagnano le mostre, un libretto dal titolo: «Ars Sacra».
Mi domando: che cosa può portare un artista ad identificare la sua arte nel trionfo di Cristo? Perché un percorso, che parte da Dioniso, pagano bevitore, giunge a Cristo?
Paolo Menon è un uomo che, come borghesemente si dice, ha raggiunto un certo benessere sociale, ha casa e famiglia ove è amato, ha amici e collezionisti che lo stimano, non dà, né ha mai dato segni di bigottismo o fanatismo, anzi sa essere dolce e spiritoso, buon commensale, conoscitore delle genti e della vita, quella che noi tutti viviamo giorno dopo giorno.
Propendo per una via dell’Arte. Una via che ha come punti di riferimento assoluto la storia, la natura e la filosofia, quest’ultima che può acuirsi in fede, e poi in emozione, in un godimento in cui lo spirito trova la sua verità artistica, in una unione tra parole, colori, materiali di materia, in un rispondente sottile ed affinato assemblaggio artistico. Insistente il richiamo al tema della Natura in un rigoglioso affermarsi di piante, pampini, allori, foglie in una solarità che firma la libera affermazione della bellezza viva e spontanea.
Ed ancora sculture, questa volta il tema è il Calice. Calici da vino, Calix pro sancta Missa, Calici a lampada, Calici per bere e Calici ispirati al Franciacorta.
Il prototipo di questi Calici è stato consegnato dall’artista direttamente nelle mani di Papa Benedetto XVI. Porta il nome di «Getsemani». Eseguito in biscuit di porcellana e oro nell’invaso, raffigura tre fasi della vita di Gesù: passione, morte e risurrezione. Si leggono questi tre momenti che partono dal piede a disco guidati dalla luce che sembra voler risplendere, inondare, ovunque e con ogni tempo in un movimento dalla forma fortemente espressiva in un andamento ondulato, una luce densa e libera mantenendo l’insieme

sospeso in una mistica atmosfera intatta in un’onda perenne.
Le parti del Calice si offrono a rotazione alle ombre e ai silenzi senza fine, nate dal pensiero dell’artista nel momento creativo che più l’avvicina a Dio, in un antico messaggio che sta tra la scultura e la poesia, condotte da un linguaggio che si esalta nell’equilibrio geometrico dello stelo e nell’interno della coppa lucente come spiritualità che affonda passioni e naufragi, come speranza di riscatto ad una opprimente materiale banalità.
Questi Calix pro sancta Missa hanno anche altri motivi: la croce alcuni, l’agnello altri, la base infine che può essere impreziosita da pietre di varie forme.
La imponente mostra di Paolo Menon: una galoppata da Dioniso, uomo fatto dio, a Cristo, Dio fatto uomo. Ma anche un segnale, un messaggio all’Occidente.
Siamo forse alla fine di un’epoca, così come accadde al pagano Dioniso. Gesù è morto oltre duemila anni fa, noi siamo chiamati a credergli senza averlo visto o conosciuto. Il tempo sgretola e consuma, accade così nella storia dell’uomo. Il tempo consuma e sbiadisce. Il ricordo si confonde e cede, i valori cambiano per allinearsi sempre più alla imperfezione umana.
La fede, finite le guerre, le carestie, le pesti, scompare da un’Europa tradizionalmente cristiana per essere sostituita dall’Euro, dall’intrallazzo, dalla peggiore forma della politica. Un'indagine fatta alcuni mesi dopo l’attacco dei terroristi arabi alle Torri Gemelle di New York ha dato come risultato che il 78% degli scampati avevano ritrovato la fede nella religione. Solo se colpito in modo diretto da una grande tragedia l’uomo, terrorizzato e impaurito, trova rifugio in Dio.
E per sottolineare la fine ecco il consumismo, popolazioni vecchie di età e pigre quanto avide consumatrici che tendono ad essere sostituite da altre popolazioni di diverse culture.
Europa avviata ad un malinconico declino e ad una fine segnata dal ciclo storico.
Oriente e mondo arabo conquistano l’occidente con il loro numero, le loro certezze, la loro fame. E un trapasso, quasi invisibile ma continuo, che tende a ripetere la fine dei vari imperi su chi, perduta la memoria cristiana e le radici della tradizione, viene sempre più emarginato sino a divenire assente.
Passiamo da una sconfitta all’altra senza accorgerci che le sconfitte non si subiscono solo tramite le guerre armate ma anche con la disaffezione, con la pigrizia del benessere, con l’uso della droga. Appunto, la droga che porta allo sballo. La droga che gli altri ci vendono e che noi sovvenzioniamo.
Nella nostra società la realtà è che il Cristianesimo è sempre più dimenticato, Gesù è sempre meno presente in Italia e sempre più assente in Europa.
Se la nostra sconfitta è decretata dalla storia almeno abbiamo il pudore o l’accorgimento di non considerare qualsiasi comodità personale o di gruppo una vittoria. Non è una vittoria la dilagante pornografia, non è una vittoria la derisione della dignità femminile, né il silenzio sul buon esempio maschile, non è una vittoria la disgregazione della famiglia.
Mi domando se un risveglio o ancora meglio un riscatto potrà venire tramite l’arte.
Non voglio investire Paolo Menon di questo difficile compito di salvare la civiltà occidentale e le genti che ne fanno parte, ma vedo nell’opera artistica e fattiva di Paolo Menon un possibile punto di partenza.
Paolo Menon apre con un trono (2), non quello sfarzoso dei Re o Principi, non quello damascato e rosso di velluti di Dogi o Ecclesiastici, non quello atto ad introdurre al comando e a intimorire tutti coloro che stanno ai piedi di dittatori assetati di potere. Legno e metallo lavorato a drappeggio posto su solide basi di ferro quadrangolare con i braccioli a ferro nudo, non è un trono perché sullo schienale sovrasta, oltre la testa, un grande cerchio nel cui vuoto si articola la figura del Cristo. Che non è in croce ma ne ha la posizione; non è morto ma ne ha le sembianze. Egli si amplifica sulla scena oltre le teste di tutti coloro che poggeranno su quella sedia, da cui parte la Parola che giunge a chi sa ascoltare. Qui non c’è teologia, qui c’è fede. Una sedia su cui ciascuno possa riposare e vivere sapendo di avere Cristo disposto sulla testa per meglio comprendere intenzioni e difetti, di avere una possibilità di porre ogni uomo sullo stesso piano e accogliere tutti nella sua misericordia.

Un pezzo a sé questo Cristo, dove la luce mette in risalto il costato che si congiunge con la testa reclinata. La luce scende sulle braccia tese, sulle gambe piegate. E’ quanto basta perché il Dio fatto uomo ritorni a spargere luce e fede, rendendo uguali chi è eletto a diffondere la Parola, come chi, per ascoltarla, ne vive ai piedi.

La Rinascita può trovare ancora una volta la via giusta. L’arte in genere, la scultura in particolare e più ancora Paolo Menon esecutore di idee, apre a questa via.
Volevo chiudere con una celebre frase di un altrettanto celebre personaggio. Non mi è venuta o forse non ce ne è alcuna adatta al momento. Allora ho fatto ricorso al Vangelo seguendo una indicazione di Giorgio Montefoschi: «Sul bordo del pozzo è seduto un uomo che offre un’acqua che non si beve, un cibo che non si mangia ed indica un luogo di adorazione e di comunione spirituale che non è individuabile neppure in Gerusalemme. Questo luogo è nel cuore».

Vorrei aggiungere che questo luogo è anche nell’arte e nelle sculture di Paolo Menon.

Testo critico di Giorgio Falossi, tratto dal pamphlet: «L'Uomo, da Dioniso a Cristo», terza esposizione d'arte in itinere di Paolo Menon a Lecco e Malgrate, 2012 

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