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COLLEZIONI: LA GRANDE ARTE DEL BUON VINO COMINCIA DALL'ETICHETTA

Vi ricordate quando il vino era solo la bevanda da tavola alternativa all’acqua? Non sono passati molti anni da allora. Era l’Italia dei vini grezzi ma genuini, del fiasco sotto la pergola dell’osteria, delle damigiane di rosso comprate dal contadino, delle trattorie con il vino della casa che era veramente frutto delle tradizioni familiari tramandate. Poi è arrivato il vino industriale, senza carattere né identità, buono per tutte le stagioni e per tutte le tavole. Magari impacchettato nell’orribile tetrapak. E infine il fatale metanolo con tutto quello che di tragico ne è conseguito.
Nel frattempo i nostri cugini, gli amati-odiati "francesi che s’incazzano", s’incazzavano per niente e anzi, zitti zitti, affinavano la qualità dei loro Bordeaux, impacchettavano in formato esportazione l’usanza del Beaujolais (il padre putativo dei nostri Novelli), centuplicavano la loro forza di penetrazione nel mercato delle bollicine. Insomma, ci davano una bella lezione. A noi, gli abitanti dell’antica Enotria! Poteva essere il colpo di grazia per il nostro vino. E invece no: dopo qualche tempo di disorientamento la produzione è rinata come l’Araba Fenice; i nostri produttori hanno capito che è meglio lavorare sulla qualità, aver riguardo per le peculiarità locali, riscoprire e valorizzare antichi vitigni, rispettare tempi e modi di lavorazione tradizionali. Con il risultato che la produzione nazionale ha raggiunto standard qualitativi elevatissimi e oggi sulle tavole degli italiani, ma soprattutto nella loro mentalità, è cresciuto enormemente il concetto di qualità del bere. Rispetto ai tempi del vino industriale ora si è arrivati all’estremo opposto, che spesso sconfina nel sofisticato (non in senso chimico ma in senso modaiolo. Tant’è che oggi in barrique metterebbero anche vostra nonna, per farle acquistare quel così gradevole sapore di legno stagionato). Ma questa è un’altra storia.
A conferma della crescita della cultura del vino esce ora un libro dedicato alle etichette d’autore che negli ultimi vent’anni hanno vestito le migliori bottiglie italiane. Con il suo Per vino e per segno (Centro Diffusione Arte, pagine 202, euro 78,00) Paolo Menon, giornalista, grafico e soprattutto amante del buon bere, ci insegna che il vino va gustato anche con gli occhi, prima ancora di stappare una bottiglia. In fondo, pensiamoci bene, l’etichetta è la carta d’identità del vino, il biglietto da visita del produttore, il promemoria di un gusto. Per questo, oltre alle informazioni, è fondamentale anche il messaggio che consegna allo sguardo.
L’autore è prima di tutto collezionista. Per lui ognuna di queste duecento etichette “racconta di piccole e grandi imprese artigianali che propongono vini di antico lignaggio. Ciascuna racconta dei maestri della pittura, della scultura, della grafica, del design che raggiungono non solo le più prestigiose gallerie d’arte, ma anche i templi della degustazione e dello charme in tutto il mondo”. Il suo viaggio alla scoperta della classificazione dei vini parte dall’etichetta più famosa, quella del Dom Pérignon nata agli inizi del 1700, per merito di Dom Pierre Pérignon, monaco dell’abbazia di Hautvillers con grandi doti di vignaiolo. Ma soprattutto precursore del marketing, il nostro frate. Fu lui, nel tentativo di controllare e certificare la qualità dello Champagne, a decidere di corredare ogni bottiglia di una piccola pergamena su cui era scritto il nome del vino, della vigna d’origine e l’anno di vinificazione.
Poi Menon ci fa vedere il primo amore, la prima etichetta collezionata: un’opera di Guttuso impressa su una bottiglia di Libecchio firmata Barone di Turofili.
"L’artista che pensa l’etichetta di un vino – scrive l’enologo Antonio Piccinardi nel prologo – non si limita a portagli in dote il prestigio del suo segno, ma ne interpreta l’essenza creativa, ne plasma una fisionomia riconoscibile. Il vino di affranca così dai suoi confini spazio-tempo, diventa ambasciatore di un linguaggio universale, quello dell’arte. Figlio di ragione e sentimento, il vino è come l’arte: è oggi più che mai fatto di gusto, estro, emozioni, talento, ingegno". E allora avanti, sorso dopo sorso, sulle orme di altri maestri enofili del calibro di Vedova, Rauschenberg, Manzù, Pomodoro, Rotella, Sassu. Ci sono perfino Altan con la Pimpa e Cipputi e Silver con Lupo Alberto, che brindano con bottiglie di Ghemme docg. E poi gli artisti che ogni anno colorano le bottiglie del Vino della Pace che da Cormòns, in Friuli, raggiungono le scrivanie dei Capi di stato mondiali. E poi anche Ottavio Missoni (sì, lo stilista), Giorgio Forattini, Alfredo Sasso, Alberto Manfredi… Ognuno alle prese con il mito di Bacco, chi con minimalisti tratti di pennino, chi con composizioni debordanti di colori. In Fisiologia del gusto Anthelme Brilant-Savarin ha scritto: "Un pasto senza vino è come un giorno senza sole". Che prima di tutto è gioia per gli occhi. Proprio come una bella etichetta appiccicata su una bottiglia.

RASSEGNA STAMPA
Testo di Marco Bevilacqua
Da: Almanacco, inserto del © Mattino di Padova
© Tribuna di Treviso
© Nuova Venezia, 24 novembre 2003