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CLAUDIO PINA INTERVISTA PAOLO MENON A «SCENA APERTA»: COSÌ HO CONDANNATO AL ROGO MIGLIAIA DI MIEI VERSI

Quando alla Triennale di Milano, in occasione della Settimana del Design ho sentito più volte fare il nome di Paolo Menon, sono rimasto colpito dalla facilità con cui lʼartista Menon possa comparire in campi diversi, dalla grafica al design, dalla scultura alla fotografia, dalla poesia alla narrativa e quasi sempre sentivo parlare di «luci». Luci che creano forme, che sottolineano, che nascondono, che esaltano. E queste osservazioni mi hanno portato a vedere nella poesia di Menon qualcosa che non avevo ancora visto: le luci.
Luci che allʼattento lettore, o meglio fruitore, dei suoi versi danno una forma alle parole quasi dimensionandole fisicamente, anche perché Menon, poeta e scrittore e scultore di attenta sobrietà, riesce con questo a dare un aspetto quasi fisico ai suoi versi, netti nei contorni, senza sbavature o ombre polverose. Insomma, unʼesperienza che è stata sorprendente e anche utile e che mi porta, in attesa di sentirmi allʼaltezza di parlare in prima persona dellʼarte di Menon, a lasciare che altri autorevoli personaggi possano esprimere i loro pareri in merito. Ascoltiamoli.
Un consiglio: lasciatevi sorprendere dalle parole, ma con grande lentezza e con i giusti spazi di fruizione tra lʼuna e lʼaltra, parole incorniciate da vasti silenzi interiori entro cui goderne gli echi personali. Paolo Menon lo trovi alla creazione di un altare in Argentina, ma anche in una vecchia cantina in Franciacorta alla ricerca di una storica etichetta o a disegnarne una nuova, poi in silenziosa ammirazione di un panorama sthendaliano dallʼalto delle brianzole colline di Montevecchia, in botanico impegno di un quasi scomparso tipo di melo, al lavoro su formelle in biscuit di porcellana, come in elaborazioni digitali di illustrazioni, o nel Serrone di Villa Reale di Monza, o in ammirazione delle forme di un cavallo purosangue arabo, come a La Permanente di Milano per una sua mostra, come... come... ma dove è Menon? Fermatelo, legatelo a una sedia, deve stare qui per farsi conoscere e capire di più, vorremmo studiarlo, classificarlo o forse più semplicemente e più edonisticamente godercelo.
Il mosaico Menon sembra non finire mai, cambiando anche forme e significati secondo le angolazioni da cui lo si ammira. Questa volta «lʼinciampo» è in Menon poeta. E sono forse stati i numerosi recenti riconoscimenti e premi ricevuti che hanno trasformato la pietra dʼinciampo in una sorta di panoramico punto di incontro di arte e di scoperta, sorprendente, perché Menon è sempre pietra dʼinciampo sorprendente. Scolpisce poesia, dipinge scultura...
Per conoscere e capire meglio lʼArtista, è dunque prezioso il lavoro di quei critici e studiosi e appassionati che, negli anni, hanno sentito il bisogno di parlare di lui. Uno di questi nomi è Rita Mascialino che in un incontro evento in occasione della Giornata mondiale della Poesia, Unesco 2018, a La Valletta Brianza, ha incantato il pubblico e lo stesso Menon, seduto in prima fila, incuriosito e goloso di scoprirsi attraverso le parole dei suoi studiosi e affascinato dalla narrazione che ha avuto come tema proprio un certo... Paolo Menon.
Ci vuole una personalità dello spessore di Rita Mascialino per affrontare in un corpo a corpo artistico, Paolo Menon e infatti Mascialino, genovese, scrittrice, poetessa, è presidente dellʼAccademia Italiana per lʼAnalisi del Significato del Linguaggio «Meqrima» a sfondo evoluzionistico e fondatrice dellʼAvanguardia Artistica e Letteraria del «Secondo Umanesimo Italiano». È anche fondatrice e presidente del Premio Letterario Nazionale «Franz Kafka Italia®» e del Premio Nazionale di Poesia «Secondo Umanesimo Italiano».
Dice la Mascialino: «La poesia di Paolo Menon estrinseca lʼinteriorità più sentita e sofferta del poeta, come si evince analizzando i contenuti per come sono proiettati dagli oscuri mondi dellʼimmaginazione, (...) è un linguaggio che dà vita a quella inquietante forma di personalità parallela che lʼuomo ha da sempre imparentato con la più misteriosa voce interiore quale sua dimora immateriale». Prima di incontrare le singole poesie tratte da Pietre dʼinciampo e analizzate con grande rigore, la Mascialino vuole completare la sua premessa sulla parola creativa, «strumento potente al punto che lʼuomo nelle sue leggende ha fatto derivare da essa lʼUniverso e la vita» e cercare un possibile sfondo religioso in Menon (tema spesso oggetto di dibattito con lʼautore).
Queste parole della Mascialino non sono voce nel deserto, ma parte di un coro e infatti per chi ama aprire i ventagli, possiamo dire che Paolo Menon in questa ultima decina di anni ha raccolto dieci riconoscimenti principali, premi letterari e di poesia, oltre a una presenza come autore in oltre dieci titoli singoli e in antologie con altri sei titoli su un arco di tempo più ampio, a cominciare da quellʼ Antologia di giovani autori italiani del 1969. Allora Menon non poteva certo immaginare di vedersi assegnato il Premio Kafka Italia®, il Premio speciale Athos Lazzari assegnatogli dal Premio letterario Città di Cattolica, il Premio La Locanda del Doge, il Premio Hombres, il Premio Giuseppe Gioachino Belli, il Premio Mario Pannunzio e altri in successione.
Lʼintensa vita artistica e professionale di Paolo Menon, poeta, pittore, scultore, scrittore ma anche direttore di giornali, art director, testimone di costume, ha fatto scrivere di lui: «Paolo Menon non si è accontentato di una vita sola — dice Pier Luigi Vercesi, scrittore e giornalista del Corriere della Sera — e tutte queste vite un poʼ si somigliano o almeno si frequentano tra loro. Probabilmente sono la stessa vita variamente declinata. E alla confluenza di tutti i sentieri ci sono le poesie e gli scritti dʼoccasione che Menon ha raccolto nel suo Della Vite il pianto che è contemporaneamente un libro di poesie e un diario di bordo, nel quale lampeggiano immagini di cavalli arabi, di ragazze bellissime, di architetture imponenti e neogotiche, vittoriane e liberty».
Anche le parole che Domenico Pisana dedica alla poesia di Menon sono altrettanto sorprendenti come il suo difficilmente sintetizzabile curriculum: teologo, poeta, scrittore, saggista. Unisce al suo ruolo di docente universitario e presidente di associazioni culturali a quella di giornalista e direttore di emittente radiofonica, il che gli consente di sviluppare doti di divulgatore tali da rendere accessibile ai molti gli alti contenuti dei suoi temi. Dice infatti Pisana, riferendosi a Pietre dʼinciampo di Menon, «Il titolo dellʼopera è emblematico nella sua semantica e contiene in sé già una dichiarazione di poetica. Lʼinciampare in qualcuno, in qualcosa, appartiene al realismo di ogni vissuto, ma in Paolo Menon ha il sapore di un richiamo teologico, che ci riporta, a mio giudizio, non solo alle pietre dʼinciampo dellʼartista tedesco Gunter Demnig, che le utilizzò per “conservare nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti”, quanto ai testi della Scrittura richiamati rispettivamente nella Prima Lettera di Pietro e nella Lettera di Paolo ai Romani: “la pietra che i costruttori hanno scartata è divenuta la pietra angolare, sasso dʼinciampo e pietra di scandalo. Ecco, io pongo in Sion una pietra di scandalo e un sasso dʼinciampo; ma chi crede in lui non sarà deluso”».
E infatti Paolo Menon tiene sempre a sottolineare «inciampo» come «scandalo», vedi nella tragedia dei migranti a cui ha dedicato i toccanti versi, straordinari e tragici tableaux vivants. Cosi scrive Leonarda Tola in Canto per gli ultimi sul periodico della Cisl Scuola & Formazione: «Menon sostiene che è lo scandalo di un presunto e meschino umanesimo che fa scuola nella finzione di una sapienza insipiente e che non può coprire il rossore e il sentimento di colpa di chi ha dimenticato che anche noi siamo viandanti ed esuli usciti in mare tempestoso a cercare un approdo a salvamento».
Tornando a Pisana, trova poi nella seconda parte del volume di Menon una parola chiave che apre un ventaglio ricco e inquietante: la parola Rispondimi. Forte provocazione di chi non vuole piegare la propria ragione e aprire il cuore alla prospettiva del Gesù, pietra dʼinciampo, «divenuta testata dʼangolo, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani», come afferma San Paolo.
Un lungo agghiacciante elenco che Menon pone in nota ai suoi versi, dai morti delle Torri gemelle, a quelli iracheni e degli scontri tra Sciiti e Sunniti, alle vittime degli attacchi terroristici dei treni di Madrid, alle devastazioni dello tsunami nellʼOceano Indiano, ai missili di Gaza, ai morti ad Haiti per il terremoto, alle vittime per la siccità in Africa... numeri e situazioni in un elenco che sembra non aver termine, fino ai migranti in fuga inghiottiti dal Mediterraneo... e questo elenco trasversale rispetto a religioni, politica, terrorismo, natura violenta, giustifica non solo la parola Rispondimi, ma anche la grande domanda che è di Menon, non meno che dellʼumanità tutta: «dovʼera Dio quando si consumava lʼOlocausto degli ebrei?»
Ma Pisana sottolinea che lʼinvocazione del poeta Menon con Rispondomi esprima un «disagio composto» a capo chino, non col dito puntato in accusa provocatoria, ricordando anche che, e cita San Tommaso, il vero maestro non è colui che riesce a dare risposte a tutte le domande ma colui che sa accendere il bisogno di ricerca. E quindi cade forse il dubbio sollevato anche dalla Mascialino — «la menoniana denuncia di Dio» — di un Menon poeta senza Dio, accusatore di alta indifferenza al dolore della umanità, ma in realtà uomo di fede inquieto e alla continua sofferta ricerca della verità.
Il mosaico Menon continua ad esprimersi. Un altro volto interessante è quello che troviamo nei commenti della Giuria del xxv Premio nazionale letterario, dʼarte e cultura Giuseppe Gioachino Belli del 2013: « [...] questo intelligente autore presenta un trittico che trasuda di sogni, passioni ed emozioni con un lessico maturo ed un linguaggio maiuscolo, particolarmente nella lirica dagli incisivi doppi sensi costruita volutamente con lemmi tipici di un immaginario e voluttuoso Impero di Bacco».
In «Prove di dialogo tra arte dionisiaca e arte sacra» il teologo pedagogista Stefano Peretti pur riferendosi principalmente alle opere di Menon scultore e alla sua «Lʼuomo da Dioniso a Cristo» presentata in Vaticano nel 2011, è una forte testimonianza sulla ispirazione dellʼartista Menon come testimone di una non contrapposizione tra fede e arte, sciogliendo ogni dubbio, per quanto lecito soprattutto se arriva da critici dʼarte, sul percorso artistico estetico e un itinerario di fede, di ricerca teologica come sapientemente detto dal papa Benedetto xvi da cui Menon ha avuto udienza in Vaticano nel 2008.
Tornando un momento alla discussione, peraltro aperta, sulla laicità religiosa o sulla religiosità laica di Menon che spinge al confronto, ricordiamo il commento di Mirco Manuguerra presidente del Centro Lunigianese di Studi Danteschi, in occasione del Premio per la Pace Universale Frate Ilàro 2017 dove Menon aveva presentato Il Dubbio (dalla silloge poetica Della Vite il pianto, e altre poesie, 1967-2017):
 
Non si cela
— forse —
nellʼimperfezione dellʼarte e della natura umana
il mistero
da cui prende forma la perfezione 
di Dio?
 
Scrive Manuguerra: «Una cosa è certa: se esiste lʼImperfetto (tutto ciò che non è in grado di giustificarsi da sé, cioè la Realtà Fisica), a maggior ragione deve esistere il Perfetto. In questo senso senzʼaltro dalla nostra imperfezione discende la natura di Dio».
La partecipazione di critici, pensatori, selezionatori di premi di poesia e letteratura, appassionati dʼarte, alla chiamata per lasciare pensieri e commenti a Paolo Menon, è senza dubbio assai lunga, e la cosa non può che fare piacere a tutti. Ci si pone limite solo per ragioni pratiche, ma non possiamo non citare qualche altra testimonianza.
DallʼAntologia Accademia dei Poeti del 2018, intitolata Poesia Musica ed emozione, che segnala il Menon di Se tuo è il canto: [...] che dallʼadagio sostenuto | allʼallegro con brio | si fonde con le prime luci | del mattino [...]; alla settima edizione del Premio Sacravita incentrato sul tema della solidarietà e della fratellanza fra i popoli ringrazia il poeta per la sua Per le italiche coste promesse: [...] la tragica bellezza del sogno — infranto — che ora | accanto a te affiora ondeggiando sui flutti | tra il policromo mare di Lampedusa [...]; al xxv Concorso nazionale di Poesia dedicato a Gioachino Belli che pubblica in Antologia i vincitori dellʼautorevole Premio, tra cui Menon, classificatosi secondo, con le sue sensuali Sale e Miele, Sorsi dionisiaci e la travolgente Dʼinfiniti pixel. Allo stesso modo la prestigiosa Fondazione Mario Luzi nella sua Enciclopedia di Poesia Contemporanea del 2016 riporta il Menon delle tormentate Angeli soli: [...] mentre tu, fratello mio, crocifisso | sui tuoi silenzi mendichi misericordia [...] e di Sullʼara del grembo: [...] sullʼara del grembo | divino e dello spirito | creatore che imploro | di far visita presto | — presto! — | alla mia mente | prima che il canto della sera | disperi nel pianto.
Nella Rassegna di poeti, scrittori e artisti, Rita Mascialino scrive di Della Vite il pianto, primo premio del Premio Letterario Nazionale Franz Kafka Italia®, 2017: «la fantasia poetica di Paolo Menon ha creato sul piano estetico un quadro suggestivo della parabola umana, esorcizzando così per il possibile, come appunto fa lʼarte, lʼatroce destino che tutti attende, ciò in una visione di ampiezza cosmica: è il sole che guida i cicli vitali, li fa scomparire e li fa rinascere trasformati secondo le leggi della natura in un ciclico rogo».
A questo punto chi non sente lʼesigenza di ascoltare la voce dello stesso Paolo Menon? Per capire di più. Per sorprendersi. Domande forse ovvie. Le risposte mai.
 
Cosʼè la Poesia per lui?
 
Ho cercato tante volte di trovare la risposta a questa domanda filosofale scavando a mani nude, senza riuscire a trovarla. Ricordo tuttavia di avere dato una spiegazione sincera — esperienziale, certamente — a questo mistero, nella mia nota alla prima raccolta di poesie «Della Vite il pianto» e cioè che «la poesia è luogo impervio dellʼinteriorità, specchio delle verità che riverberano passioni, conflittualità, metamorfosi»; ma col senno di poi trovo che ciò sia soltanto la punta di un iceberg tanto inesplorato quanto meraviglioso anche se drammatico. Mi conforta rileggere qua e là ...
 
— con gesti rapidi Menon sfoglia gli appunti del suo taccuino e prosegue —
 
...ad esempio come Ungaretti la pensasse sullʼargomento e cioè che «la poesia è poesia quando porta con sé un segreto»: tranchant, ma sufficiente? Oppure che «la poesia di per sé resta un fatto assoluto. Non serve a niente, non ha compiti, né funzioni; resiste ad ogni cosa, a qualsiasi servitù, dentro uno sguardo segreto e libero», come invece evidenzia lʼeditore del mensile Poesia Nicola Crocetti. O che «la poesia è lʼarte di far entrare il mare in un bicchiere» come sintetizzava metaforicamente Italo Calvino... insomma, non si sa cosa sia realmente la Poesia; forse uno dei tanti misteri dellʼanimo pronto a disvelarsi soltanto a chi per necessità o per virtù sa dare un senso — assoluto, direi — alla Bellezza.
 
Qual è la Poesia che più lʼha emozionata?
 
— Menon ha una leggera esitation — La domanda mi imbarazza un poʼ... sono sincero, perché considero ogni mia poesia una creatura. O intende lʼemozione sottesa nel comporle? Perché sinceramente ciascuna nasce da dinamiche interiori, da memorie esperienziali anche dolorose, quasi mai analgesiche per lʼanima, quantomeno per me. Pur tuttavia provo a elencarne tre, giusto per non eludere la domanda, senza togliere nulla alle altre. Perciò direi: «Angeli soli» che scrissi in morte di mio fratello Luigi; «Della Vite il pianto» estrema e intimistica, tanto da prestare il titolo alla mia prima raccolta; non da ultimo «Cometa» che ho composto dopo aver assistito commosso — in diretta televisiva — al lancio in mare della corona di fiori bianchi in ricordo dei migranti che hanno perso la vita nelle traversate; un lancio struggente, direi, che solo un papa come Francesco, in visita a Pantelleria, avrebbe potuto compiere sdoganandolo, e che mi ha lasciato un segno profondo e vivo quanto una ferita.
 
Quando. Dove. Come scrive lʼAutore?
 
Scrivo nel silenzio della natura che mi circonda. Detto così sembra banale, ma il mio orologio metafisico non ha lancette nonostante il meccanismo sia «complicato», come direbbero i mastri orologiai svizzeri. Intendo dire che soltanto dove cʼè silenzio, come nel mio pensatoio, lì prende forma e ritmo la parola.
Ho la fortuna di abitare sulla soglia di un parco naturale, quello di Montevecchia nellʼalta Brianza lecchese, dove sulla sommità della collina i suoni della civiltà motorizzata non arrivano se non felpati e dunque tollerabili rispetto allʼinquinamento acustico cittadino; gli unici «rumori» — ça va sans dire — sono quelli del vento che flagella gli alberi, su cui a volte irrompe con potenza devastatrice e spaventosa, e ciò a causa come ben sappiamo del drammatico cambiamento climatico epocale in corso... dʼopera.
Ciononostante i «rumori» che amo sono il cianciare pettegolo, allegro o malinconico degli uccelli, ma anche il passo o il trotto non sempre felpato dei cavalli in passeggiata sotto la sella di cavalieri ammutoliti dalla bellezza del paesaggio che muta ad ogni cambio di sentiero; i rumori, i cosiddetti «rumori» che amo sono lo stridìo dei falchi e delle poiane sopra la mia testa che come droni volteggiano per il cielo sopra la valle del Curone monitorando ogni minimo movimento delle loro piccole prede; i «rumori» che mi rilassano sono i richiami dʼamore dei tanti volatili e animali che popolano il fitto bosco e i dintorni del Lissolo che abito e molto altro. Ma rischierei di annoiare. Scrivo perciò di giorno, che ne so, anche di pomeriggio, dipende — diciamo così — dalla Musa. Certamente non più di notte come ritualmente facevo un tempo; di notte ora dormo come fanno i ghiri che probabilmente mi osservano dal bosco e dai quali... avrò pure imparato qualcosa dalla loro mitica letargia.
 
Felicità o dolore? Quale la spinta poetica più forte?
 
Non scrivo quando sono felice: riempio bozze di stati dʼanimo stimolati dallʼintrospezione; metto il dito nellʼintimità ferita, confrontandomi con il dolore che promette speranza; non riesco a identificarmi con la suadenza poetica che
tutto acquarella — tecnica peraltro magnifica — e che si stempera nelle cromie surreali della sfumatura: no! Il mio mondo interiore è paradossalmente in bianco e nero: due colori assoluti che adoro da sempre; due colori, per così dire, decontestualizzanti, ma che a mio giudizio creano sinergia con il pensiero; due colori capitali — ecco! — che racchiudono la mia scala cromatica immaginifica, metafisica, quella che non può, non deve poter distinguere il nulla dal tutto. Se non lo voglio.
 
I suoi versi hanno una carta dʼidentità, data di nascita, luogo di ispirazione...
 
...sì, ogni testo riporta il luogo che mi ha ispirato il soggetto della composizione, a volte persino la data; consideri che torno spesso da un viaggio, anche breve, con qualche appunto, un brogliaccio, uno schizzo che poi nel tempo elaboro: un modo come un altro per evocare necessariamente il contesto di un accadimento conservato nellʼattualità della memoria; un modo come un altro per rielaborare, correggere e selezionare i testi, come ho fatto ad esempio con la prima silloge che ospita i miei primi cinquantʼanni di scrittura. Solo così con Della Vite il pianto ho potuto offrire ai miei lettori alcuni articoli, un breve racconto e un florilegio di cinquanta poesie composte in cinquantʼanni e cioè dal 1967 al 2017; di tutte le altre — non poche a dire il vero — ne ho fatto un falò.
 
Siamo sorpresi dal falò! Menon, lʼuomo che tesaurizza ogni piccolo segnale dal mondo, che disseta ogni piccolo germoglio, che usa lʼingranditore per ogni piccola traccia, come fa a condannare al rogo i suoi stessi versi?
 
Lʼho fatto. Ho bruciato ogni poesia contaminata dalla ruminazione di tante letture introiettate negli anni, di tanta poesia moderna parcheggiata nei meandri delle mie preferenze, poi escluse per disparate ragioni dai miei «affetti» letterari; composizioni — dicevo — trasformatesi in risme di carta inutile che ho bruciato letteralmente: un gesto drastico, capisco, che tuttavia non mi è costato rimpianti, anche se il rischio era alto, ma ero risoluto e lo rifarei perché fra le tante poesie — allʼincirca duemila — ve nʼerano di retrive, altre sperimentali, alcune così criptiche da risultare oscure, spesso ermetiche; per non parlare di quelle scritte in età adolescenziale — una valanga: le più incazzate col mondo intero, con Dio, con gli dèi della mitologia e chi più ne aveva più ne metteva! — del resto quale adolescente non ha scritto poesie nel periodo più discutibile della propria fase evolutiva, caratterizzata come sappiamo da indispensabili tempeste ormonali, turbamenti, inquietudini e modificazioni di tutti i sensi? E poi — stavo dimenticandomele tra la cenere — le circa quattrocento poesie che scrissi e dattilografai su carta velina, rigorosamente fuoriorario, nellʼufficio che condividevo con il mio comandante durante il servizio militare di leva. Qualcuna per la verità lʼho salvata... ma questo è un altro film.
 
Che cosa lʼha spinta a pubblicare e quando?
 
Come scrissi in calce alla mia prima silloge antologica, decisi di pubblicare le poesie soltanto in seguito al suicidio di mio fratello minore, Luigi, avvenuto nel gennaio 2010: unʼ «esperienza da cui non ci si rialza tanto facilmente, nonostante il tentativo di lasciare aperta una fenditura nellʼanimo, vulnerabile quanto una carezza mendicata, per essere raggiunti anche da chi, rispettoso degli universi interiori, potrebbe aiutarci a detergere le ferite che non cicatrizzano o a rianimare la bellezza vivificante da cui ripartire». Ho voluto perciò ripartire con lʼurgenza di chi — afono — vuole gridare il silenzio tumultuoso di sentimenti sottaciuti, liberandoli con la parola. Nientʼaltro...
 
...e invece una gioia recente?
 
Una mia poesia tratta dalla silloge Pietre dʼinciampo dal titolo «Prosit!» è stata scelta questʼanno (2019) dalla Cantina Produttori Cormòns, nel Collio che ben conosco, per accompagnare lʼetichetta del celeberrimo «Vino della Pace» — conosciuto in tutto il mondo —, vendemmia 2017: una breve lirica che presta il fianco graficamente al bellissimo disegno del celebre stilista dʼalta moda italiano Roberto Cappucci. Un gesto significativo da parte della rinomata Cantina goriziana, direi di stima reciproca, che accompagna un vino destinato piacevolmente ad una diffusione urbi et orbi e di cui intimamente ne sono, anzi ne saremo, coralmente fieri.
 
...e a questo aggiungerei il Primo premio per la poesia inedita della II edizione del Premio internazionale di letteratura Gian Antonio Cibotto 2019.
 
Sì, certamente: la poesia vincitrice sʼintitola Cambio di scena agreste  (la prima di questa raccolta, ndr), un tributo elegiaco alla terra delle mie origini, il Polesine, in cui è nato e vissuto, per lʼappunto, Gian Antonio Cibotto: un grande e sensibile giornalista e scrittore che ha narrato drammi e bellezze, luoghi e tradizioni popolari delle genti polesane. Dunque un premio che mi onora doppiamente, conferitomi il 26 maggio scorso, nella sala degli Arazzi dellʼAccademia dei Concordi di Rovigo. Che emozione!
 
Testo di Claudio Pina tratto dall'introduzione della silloge poetica di Paolo Menon «Scena aperta», Simonelli Editore, 2019.
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