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Calice Getsemani a Benedetto XVI

Da Perego a Roma, il pellegrinaggio moderno di Paolo Menon, scultore, giornalista e grafico. Originario di Villanova del Ghebbo, presso Rovigo, dov’è nato nel 1950, Menon è ormai lecchese d’adozione, trapiantato al Lissolo – nel cuore del Parco del Curone – dove vive, scolpisce e scrive: d’arte e di vini. A Papa Benedetto XVI ha donato nei giorni scorsi il prototipo del calice che ha appositamente scolpito, denominato «Getsemani». Aggiunge l’artista: «Nella medesima occasione abbiamo donato al Santo Padre anche uno scrigno contenente dodici Fiasche del pellegrino, ricolme di un vino da vendemmia tardiva, in buona sostanza vino da messa proveniente dalla tenuta La Montina di Franciacorta. Il Papa ha davvero molto gradito entrambi i regali, ma si è soffermato particolarmente sul «Getsemani» chiedendomi di illustrarglielo personalmente. Prima di arrivare al Pontefice – puntualizza Menon – avevo peraltro voluto donare un multiplo del calice a due alti prelati (i calici sono soltanto 30, in tutto). Li hanno ricevuti il cardinale Giovanni Battista Re e monsignor Liberio Andreatta». Il cardinal Re è prefetto della Congregazione per i vescovi e presidente della Pontificia commissione per l’America Latina: il prezioso calice da messa gli è stato consegnato in occasione del 50esimo anniversario di ordinazione sacerdotale e per ricordare il 20esimo della sua consacrazione episcopale, ricevuta dalle mani di Giovanni Paolo II. Monsignor Liberio Andreatta è vicepresidente dell’Opera Romana Pellegrinaggi ed a questo suo ruolo si ricollega il dono. «Calice e fiasca: l’uno lega l’altro in un binomio tra sacro e arte – afferma Paolo Menon – perché non è di arte sacra che parliamo, ma di sacralità dell’arte, ispirata al principio di concretizzare un linguaggio simbolico, perciò accessibile alla gente, ma radicato in una dimensione arcaica. Di qui la Fiasca del pellegrino e il motivo per il quale il Papa l’ha tanto gradita: il mercato ha trasformato l’antica fiasca in borraccia, ma è dell’archetipo che ci siamo riappropriati, riattualizzando un gesto antico. Il Santo Padre, uomo di tradizioni e liturgia lo ha immediatamente colto». Dodici mesi o dodici apostoli: il Sacro e la sacralità della terra, ricongiunti così come una fusione tridimensionale è anche il calice «Getsemani», calice da vino e calice da messa. Riprende Menon: «Tutta la sofferenza del Getsemani è stata alleggerita nelle forme: il Cristo prono, il calice stesso che diventa un ulivo; la croce greca e le braccia alzate di Gesù che si sollevano nella risurrezione».
Altri due calici verranno presto donati ad altrettanti cardinali: entro primavera li riceveranno l’arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, e Camillo Ruini, cardinale vicario emerito del Papa e perciò anche presidente dell’Opera Romana Pellegrinaggi la quale svolge un particolare servizio pastorale per promuovere l’uomo ed evangelizzarlo attraverso il ministero del pellegrinaggio; inoltre, attua un’importante missione anche di dialogo, di solidarietà, di carità e di pace tra i popoli. La consegna del calice e della Fiasca del pellegrino a Ruini avverrà in concomitanza con una mostra che Paolo Menon allestirà proprio in Vaticano, a Palazzo Maffei Marescotti e che ripercorrerà molti aspetti dell’opera dello scultore, appassionato del mito dionisiaco e delle rielaborazioni in forma classico-ellenistica. 
La tradizionale fiasca dei viandanti del Medioevo veniva indossata a tracolla, appesa alla cintola o al bastone per raggiungere in pellegrinaggio i luoghi sacri alla Cristianità; caduta in disuso nel VI secolo dopo Cristo, viene oggi riproposta da Menon impreziosita con eleganti altorilievi di finissima porcellana lavorata a «colpi di vento». Sul lato esterno della sua Fiasca del pellegrino, Menon ha abbozzato – in omaggio all’arte romanico-gotica – la popolare simbologia del pellegrinaggio tipica proprio dell’arte medievale: il viandante che sosta con bordone e mantello, il portatore d’acqua che lo ristora, il suonatore di cetra che rallegra il cammino e, infine, la conchiglia di San Giacomo, simbolo per antonomasia del pellegrinaggio, attualizzato da Papa Benedetto XVI nel fregio centrale del proprio stemma pontificio. Anche il prezioso calice da messa «Getsemani», in finissimo bisquit di porcellana, è lavorato secondo la medesima tecnica: «Fu in uso sino a fine 1800, poi a lungo abbandonata – spiega l’artista –. Al tatto sembra marmo. Quando la porcellana raggiunge i 1400 gradi in seconda cottura, la materia si trasforma quasi in acciaio ed è ancora più tenace, ma sempre fragile, come cristallo. La preziosità sta in questo: la forza e la leggerezza, il paradosso stesso della bellezza».

RASSEGNA STAMPA
Testo di Patrizia Zucchi
Dalla pagina della Cultura del quotidiano: © La Provincia di Lecco, numero 297, lunedì 27 ottobre 2008.