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BEATRIX ERIKA KLAKOWICZ: UNA «CRITTOGRAFIA» IN FORMA DI CROCE?

Tra le opere d’arte sacra di Paolo Menon suscita particolare interesse un Crocifisso, («Quando le parole uccidono», ndr.), composto dal solo corpus fatto di lettere e cifre, il cui colore argilla si stacca dal fondo bianco – simbolo di luce, purezza e perfezione -, che sembra non voler altro che sottolineare l’abisso che esiste tra divina armonia universale e disgregante presunzione umana. Che non è così, che questa singolare croce non «trasmette negatività o tristezza», bensì corrobora una convinta fede nel «salvificus dolor» (B. Giovanni Paolo II), l’ha evidenziato – in maniera giusta e appropriata - il teologo e pedagogista Stefano Peretti.

Perciò, le seguenti considerazioni desiderano rivedere quest’opera dell’artista – altrettanto singolare quanto legata ad un millenario contesto, quello della scrittura cosiddetta enigmatica o crittografica riservata ai testi sacri: un contesto o meglio un invito a non fermarsi alle apparenze, ma a penetrare nel loro significato più vero e profondo, come lo erano state le isolate e tuttora misteriose lettere-cifre, inserite dal san Pacomio (IV sec.) nelle sue epistole a monaci e dignitari ecclesiastici. Ed il «Padre del cenobitismo» non faceva altro che applicare alla pastorale cristiana un’usanza, che contava oltre tremila anni.

Infatti, mentre la letteratura sacra cuneiforme dell’Antico Oriente faceva ricorso a segni non usati dagli scribi locali per l’ordinaria amministrazione, obbligando ad una faticosa decifrazione e con ciò obbligatoria meditazione[1], l’Egitto creò verso il 3.000 a.C. il «principio del rebus o charade … per indicare non le cose stesse, bensì altre non facilmente rappresentabili»[2]. Lo stesso Plutarco († 120 d.C.) paragonerà nel De Iside et Osiride l’uso e contenuto della scrittura geroglifica, e dapprima della cosiddetta scrittura enigmatica, alle massime di Pitagora (VI sec. a.C.). E sappiamo da Giustino Martire (II sec.)[3] che la scuola pitagorica imponeva la ricerca della verità attraverso l’aritmetica, per scoprire che «cielo, terra, dèi ed uomini sono tenuti insieme dall’ordine, dalla saggezza e dalla rettitudine»[4]. Grazie al Timaios di Platone, definito uno dei capolavori filosofici di tutti i tempi, che non mancherà il suo influsso sul pensiero filosofico e teologico dei successivi secoli – nella «Scuola di Atene» Raffaello dipingerà Platone con il Timaios sotto braccio - , l’arithmologia pitagorica diventerà nel neo-platonismo pagano (Iamblichos), ma anche cristiano (Nicolaus Cusanus e Marsilius Ficinus), arithmosophia.

Questa nuova ed in pari istante antica interpretazione dei numeri, inscindibile dalla theosophia, sant’Agostino elaborerà nella sua disamina ed acculturazione del pensiero platonico, in theologia arthmetica proprio nei suoi scritti più importante: la Civitas Dei ed il De Trinitate. Ed il figlio di santa Monica riprende tanto più volentieri questa «ratio et veritas numeri» [5], in quanto trova una sua corrispondenza nelle Scritture: «Hai disposto tutte le cose nella misura, nel numero e nel peso» (Sap 11,21). Identificando le immutabili regulae numerorum con le altrettanto immutabili regulae sapientiae, il vescovo di Hippona se ne serve per salire dai numeri sensibili ed intelligibili, i quali esprimono l’ordine e la bellezza delle cose, al «numerum sempiternum, che trascende l’animo umano e permette di contemplare la divina provvidenza che opera con armonia nelle cose» [6].

Non «parole che uccidono» dunque, ma «cifre e lettere» che dobbiamo imparare di nuovo a leggere nel loro valore simbolico e metaforico, per riscoprire e meditare la sofferenza ed il suo valore salvifico; «Un tema universale che accompagna l’uomo … (e) coesiste con lui nel mondo. … La sofferenza sembra appartenere alla trascendenza dell’uomo: essa è uno di quei punti, nei quali l’uomo viene in un certo senso «destinato» a superare se stesso, e viene a ciò chiamato in modo misterioso» [7]. E sant’Agostino descrive la beatitudine del paradiso – della Civitas Dei – così: «Tutti i ritmi dell’armoniosa proporzione del corpo, che ora sono latenti, allora non lo saranno. Essi, disposti dentro e fuori in tutte le parti del corpo, assieme alle altre cose che nell’eternità appariranno grandi e meravigliose, infiammeranno, col lirismo della bellezza intelligibile fondata sul numero, le intelligenze capaci del numero alla lode di un sì grande Artefice» [8]

Beatrix Erika Klakowicz (Dr. Phil. Dr. Theol.)

 

Nella foto: «Quando le parole uccidono» di Paolo Menon. Composizione di piastrine alfabetiche fittili su 6 tele (60x60 cm) disposte a T, 180x240 cm, 2008.

 

[1] È una caratteristica dell’Antico Oriente, che per oltre tremila anni cambiano gli idiomi e con ciò il valore fonetico dei segni, ma mai la loro forma grafica. Perciò era possibile adottare il valore fonetico in uso in un sito vicino o lontano, per applicarla al vocabolario locale.

[2] Cfr. Sir Alan Gardiner, Egyptian Grammar, 3ª ediz., Oxford 1978, p. 6sq.

[3] Dialogus ad Tryphonem 2-8.

[4] Platon, Gorgias 507 a.

[5] Cfr. De libero arbitrio II 8,20.

[6] De Trinitate IV 4,7.10

[7] Beato Giovanni Paolo II, Lett. Apost. Salvifici Doloris, 1984, I,2.

[8] De Civitate Dei 22, 30.1.

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