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BEATRIX E. KLAKOWICZ PRESENTA A LECCO LA "MATER ECCLESIAE" DI PAOLO MENON

«Tacita un giorno a non so qual pendice / Salia d’un fabbro nazaren la sposa; / Salia non vista alla magion felice / D’una pregnante annosa; / E detto: “Salveˮa lei, che in reverenti / Accoglienze onorò l’inaspettata, / Dio lodando, sclamò: Tutte le genti / Mi chiameran beata». Sono trascorsi esattamente due secoli da quando, il 19 novembre 1812, Alessandro Manzoni dava inizio a questo suo Inno a Il Nome di Maria. Furono tempi turbolenti: seminando morte e disperazione nella loro impietosa confutazione del mito della ragione, i quattro cavalieri dell’Apocalisse (6,1-8) non avevano risparmiato alcun angolo d’Europa. Ma fu appunto tale violento dissolversi di un’illusione a condurre l’insigne figlio di queste terre alla riscoperta della fede, della totale fiducia in Dio, dell’incondizionato affidamento alla «Tuttasanta ... inclita come il sol, terribil come Oste schierata in campo»: una riscoperta, che egli desiderava condividere con gli altri. Comunque, il celebre scrittore non apre il suo Panegyricus con una «trionfalistica» invocazione all’Advocata del genere umano, «che i preghi ascolta e le querele», ma la introduce come umile sposa, che, «tacita» ed «ignorata dalla gente», esercita la sua signoria, facendosi vicina agli altri: aveva pronunciato il suo «fiat» per servire, non per essere servita (cf. Mt 20,28).

In un memorabile discorso durante la sua visita a Nazaret (5 gennaio 1964) il venerabile Servo di Dio Paolo VI disse: la Santa Famiglia «ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazaret, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio».

Sono passati due secoli, i cavalieri dell’Apocalisse continuano la loro cavalcata, e l’essere umano è sempre più assillato dalle preoccupazioni per il proprio «Ego», trascurando le sofferenze e le necessità degli altri. Ma «questo Dio che ha tanto amato l’uomo e il mondo da mandare il suo Figlio Unigenito (cfr Gv 3,16), è il Dio della Vita, il Dio che porta speranza ed è capace di rovesciare le situazioni umanamente impossibili» (Benedetto XVI) 1. Perciò, «l’Amico degli uomini», come Lo implora la liturgia bizantina, ha posto nuovamente un artista sulla nostra strada per farci riflettere e per convertirci in portatori di consolazione, speranza e luce, usando un linguaggio diverso, ma più comprensibile ai nostri tempi.

Il Maestro Paolo Menon non ci parla di questa presenza di Dio nel mondo e del suo interessarsi all’uomo in versi, ma la esprime con una scultura, affinché si fissi nella nostra mente e nel nostro cuore. Saint-Exupéry affermò: «Solo con gli occhi del cuore si vede bene».

Cambiando la forma d’espressione ma non il tenore del messaggio, lo scultore crea un’opera di modeste dimensioni, ma di immenso contenuto, perché arte significa pur sempre: «dentro ad ogni cosa mostrare Dio» (Hermann Hesse). Inoltre, l’artista è ben consapevole che quanto meno l’opera è ripetizione stereotipa, tanto più suscita l’interesse, stimola la riflessione.

Così Paolo Menon mostra il Re dell’universo, inizio e fine, ma anche centro di tutto il creato e della sua storia (Teilhard de Chardin), in modo, direi, insolito, eppure già presente nella teologia orientale dell’epoca tardo-antica. Infatti, guardando la statuetta della Mater Ecclesiae, si deve constatare che essa non «copia» alcuno dei numerosi modelli, che nel corso dei secoli hanno cercato di cogliere un particolare aspetto del singolare rapporto tra la Madre ed il Figlio. Maria regge, sì, il Bambino in braccio; lo contempla, sì, con tenerezza materna; dal canto suo, il Figlio si stringe, sì, alla Madre. Ma questo essere insieme non corrisponde ad una «sacra conversazione» tra Maria e Gesù, perché il divino Pargolo non guarda la Madre, non afferra la veste della Vergine in cerca di intimità, non vuole troneggiare sulle ginocchia della Gratia Plena; il Bambino guarda noi, quasi volesse esser preso in braccio da noi; e «tira la veste della Madre», come se volesse sollecitarla a consegnarlo a noi, anticipando in qualche modo la Terza Parola di Cristo crocifisso (cf. Gv 19,26-27). E Maria non si oppone a questa volontà del Figlio, a questa consegna nelle mani degli uomini, perché non guarda solo a ciò che Dio ha operato in Lei, ma anche a ciò che ha compiuto e compie continuamente nella storia.

Sant’Ambrogio, in un celebre commento al Magnificat, invita ad avere lo stesso spirito nella preghiera e scrive: «Sia in ciascuno l’anima di Maria per magnificare il Signore; sia in ciascuno lo spirito di Maria per esultare in Dio (Expositio Evangelii secundum Lucam 2, 26: PL 15, 1561)» (Benedetto XVI) 2. In questa visuale cristologica e mariologica insieme, la scultura della «Mater Ecclesiae» richiama, in forma oltremodo eloquente e dall’effetto più immediato ed incisivo, il più profondo significato di Ecclesia quale Corpus Christi Mysticum e soprattutto una delle colonne portanti dell’Ecclesiologia di ogni tempo e luogo: l’unione mistica dell’anima, di ogni anima, con il Logos, caratterizzata da Origenes (In Canticum comm. prol. 85; In Ieremiam. hom. 14, 10) come nascita di Dio nel cuore dell’uomo, di ogni uomo, e la sua crescita nell’anima umana, una formulazione tanto apprezzata non in ultimo da sant’Ambrogio e sant’Agostino, nonché dalla profonda e duratura influenza su dottrina e pratica ascetica (rinuncia e mortificazione) e, in ultima analisi, sul senso di martirio e sofferenza.

È significativo che proprio nei momenti particolarmente precari del Novecento la teologia occidentale – penso innanzi tutto a Hugo Rahner 3, Hans Urs von Balthasar 4 e Henri Crouzel 5 – ha voluto agganciare la «battaglia» contro il comprensibile sgomento dei cristiani non al contemptus mundi, bensì alla Gottesgeburt im Herzen des Menschen, alla nascita di Dio nel cuore umano secondo il grande Alessandrino.

La Beata Vergine è modello insuperabile, unico ed irripetibile dell’Incarnazione; «ma il suo significato spirituale riguarda ogni cristiano. Esso, in sostanza, è legato alla fede: infatti, chi confida profondamente nell’amore di Dio, accoglie in sé Gesù, la sua vita divina, per l’azione dello Spirito Santo» (Benedetto XVI)6. In tal senso, la «Mater Ecclesiae» del Maestro Menon esplica in modo stupendo il passo dell’Evangelista Luca (11,27-28): «Mentre parlava così, una donna, dalla folla, alzò la voce e disse: «Beato il ventre che ti ha portato ed il seno che ti ha allattato!». Ma Gesù disse: «Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica»; e ci invita ad una «preghiera che diventa vita cristiana, vita realizzata, vita penetrata dalla fede, dall’apertura a Dio e, così, dall’amore per il prossimo» (Benedetto XVI).

Un personaggio di spicco della saggezza cristiana orientale, Aphraates di Ninive, esortò nel IV secolo: «Dà sollievo agli affranti, visita i malati, sii sollecito verso i poveri: questa è la preghiera. La preghiera è buona, e le sue opere sono belle. La preghiera è accetta, quando dà sollievo al prossimo. La preghiera è ascoltata, quando in essa si trova anche il perdono delle offese. La preghiera è forte, quando è piena della forza di Dio» (Expositio 4,14-16). Comunque, questi pochi accenni evidenziano pure che la riflessione sul messaggio della statuetta, forse la più ispirata opera di Paolo Menon, non può fermarsi alla sola teologia «occidentale», ma richiede pure l’apporto di alcuni capisaldi della teologia «orientale». Di conseguenza, essa costituisce anche un gioiello nello scrigno degli sforzi per l’unità delle Chiese, in quanto pone la spiritualità contemplativa dell’Oriente ed il dinamismo attivo dell’Occidente «sotto un solo e stesso manto». Perciò penso che sia doveroso verso la statuetta e verso il suo creatore di concludere questa modestissima «meditazione», iniziata con alcuni versi del Manzoni, con un passo dalle Omelie di San Giovanni Damasceno († 749) 7: «Volgi lo sguardo verso di noi, nobile Sovrana, Madre del Buon Sovrano; governa e dirigi quel che ci riguarda a tua discrezione, trattenendo gli impeti delle nostre vergognose passioni, guidandoci al porto senza tempeste della divina volontà, stimandoci degni della futura beatitudine, della dolce illuminazione al cospetto del Verbo di Dio che da te si è incarnato». B. E. Klakowicz, (Dr. Phil. Dr. Theol.)

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1. Udienza Generale 7 dicembre 2011.
2. Udienza Generale 14 marzo 2012. 3. «Die Gottesgeburt. Die Lehre der Kirchenväter von der Geburt Christi im Herzen der Gläubigen», Zeitschrift für Katholische Theologie 59 (1935) pp. 333-418.
4. Parole et Mystère chez Origène, Paris 1957.
5. L’image de Dieu dans la théologie d’Origène, Studia Patristica II (TU 64),
Berlin 1957, pp.194-201.
6. Angelus di Domenica, 18 dicembre 2011.
7. Omelie cristologiche e mariane, Città Nuova, Roma 1980.

TESTO tratto dal pamphlet: «L'Uomo, da Dioniso a Cristo», terza esposizione d'arte in itinere di Paolo Menon a Lecco e Malgrate, 2012 

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