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ARTE & VINO / DAL CATALOGO "DEI TIRSI DIVINI": NOTE DELL'AUTORE

Assemblo spesso nei miei rilievi i tralci della vite alle terrecotte, i sugheri alle doghe vinarie. Ad eccezione del tirso che non riesco a coniugare ad altro se non all’ironia, come se il mitico bastone passasse dalle mani esagitate delle Menadi e dei Satiri che lo brandiscono durante i Baccanali, alle mie. Per riceverne luce bronzea.

Nutro profondo rispetto per la sacralità della campagna, specialmente per la Vite che poto e piego alle mie esigenze scultoree. Non vi è perciò ragione diversa da quella estetica e poetica che muova il mio bisogno di operare nell’arte in simbiosi con la Natura e con Chi l’ha creata, oltre al piacere di raccogliere pigne e more di rovo, edera e alloro selvatico o assaporare bacche di sambuco e rosa canina lungo i sentieri boschivi di casa mia.

In verità non so perché mi sia lasciato irretire dalla malìa e dalla cultura arcaica del Mito dionisiaco. So soltanto che ascoltando, da viandante, i canti dei grandi poeti che lo celebrano, mi emoziono. E che, più gli usi e i costumi di un tempo mi sono oscuri, tanto più chiedo al Cantore di illuminarli. Con luce nuova, scopro così che il tirso ha per Le Baccanti di Euripide e per Le Dionisiache di Nonno di Panopoli il significato ancestrale di vita e di morte, di strumento erotico e liturgico al tempo stesso, di satira e tragedia. E che tra i tanti oggetti rituali (cembali, tamburelli, flauti, nacchere...) usati dalle Menadi e dai Fauni, il tirso è e rappresenta una verga metafisica, un surreale pastorale che indirizza la narrazione ad assumere dimensioni irrazionali. Come quelle del piacere. O del dolore.

Spogliato del suo carisma, il tirso era un nudo bastone di pino, o di altri alberi fruttiferi, sulla cui estremità i seguaci del dio intrecciavano rami d’edera, tralci di vite e pampini, nastri di stoffa e piccoli sistri e quant’altro di rumoroso producesse suoni estatici per accompagnare i rituali orgiastici. In cima alla festosa composizione il fedele innestava una pigna, simbolo fallico, di prosperità e abbondanza. Dal punto di vista esoterico, il tirso rappresentava una sorta di vero e proprio totem che si alimentava di magica vitalità suggendola dalla vegetazione per poi trasmetterla al portatore. Rivivificandolo. Contrariamente, poteva trasformarsi in un’arma micidiale: le Baccanti, infatti, se ne servivano come picca di guerra per respingere gli assalti dei pastori tebani e nell’esodo della stessa tragedia di Euripide, il temuto bastone veniva persino utilizzato dalle stesse per esporre al pubblico ludibrio le teste dei nemici. Come quella di Penteo, re di Tebe. Al di là dell’inquietante fascino del tirso che ho voluto rivisitare, resta ogni cosa che sa di vino buono. E di buoni auspici che con ironia ho pensato di rappresentare, così che ogni dettaglio riporti al sogno e ai suoi colori racchiusi nei canti dei drammaturghi che, in fondo, mi hanno ispirato. Gli stessi che chissà quante volte si sono recati al tempio di Dioniso, figlio di Zeus e di Semele, per pregarlo, ispirarsi e descriverne le cronache.

Oggi sappiamo che il tempio di Dioniso è esistito, grazie alla recente scoperta venuta alla luce durante una spedizione di archeologi bulgari sui monti Rodopi, ai confini tra Bulgaria e Grecia.

Ho immaginato così la grande sala rituale con surrealismo. Ho immaginato le pareti della grande sala ovale da cui i pannelli dai riflessi bronzei ostentano ieraticità e pensieri "intimi" dei fedeli mentre assistono alla liturgia propiziatoria del fuoco; pensieri che ho voluto riassumere con le tante occupazioni e preoccupazioni del vivere quotidiano: dal riconciliarsi con la propria donna al ritorno dal tempio, al dover affrontare il mercato del vino in partenza dal porto. O come credere nelle capacità atletiche del cavallo su cui puntare, ma anche come andare a caccia con Diana restando sobri. O, addirittura, convertirsi al cristianesimo dopo aver tessuto le lodi al dio pagano dei riti orgiastici come è accaduto davvero a Nonno di Panopoli, poeta epico egiziano di lingua greca, che celebra il mito di Dioniso in 48 canti per poi convertirsi al cristianesimo e scrivere le "Parafrasi del Vangelo di S. Giovanni". Alla straordinaria scoperta archeologica avvenuta soltanto nel 2002 dedico questo "ciclo bronzeo" dei miei lavori.

Paolo Menon

Nella foto: uno scorcio suggestivo della "Sala ovale del tempio" che ospita i Tirsi sormontati da pannelli in altorilievo, da piatti che raffigurano i seguaci e le Baccanti del dio del Vino adornate di veli e dalle tipiche "retrotele" dell'autore
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