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ALTARE DELLA «TUNICA INCONSUTILIS» E PALIOTTO «EKPHRASIS»

Eκϕραζω (ekphrazo), nel greco antico, significa esporre, descrivere, narrare con eleganza. Abbiamo davanti il frontespizio di un altare. Liturgicamente un paliotto. L’ara di quel sacrificio che è il luogo del memoriale del mistero pasquale di Cristo, una memoria non fissa staticamente in un passato che non torna, ma un memoriale che attua nel presente, un presente salvifico, una contemporaneità eterna, un’eternità contemporanea che travalica i percorsi del tempo e della storia e ci immette nel presente di Dio, presente che è il nostro passato, il nostro futuro, il nostro oggi.
Salve ara, salve victima /de passionis gloria /qua vita mortem pertulit /et morte vitam reddidit. Guardando questo proscenio affiora alle nostre labbra l’ottava strofa dell’inno liturgico Vexilla regis (I vessilli del re), mentre il cuore e la mente, come d’incanto, gustano, immaginando, la scena in cui, per la prima volta, le succitate parole furono pronunciate, cioè nella trionfale processione dalle mura della città di Poitiers al locale Monastero. Scorrono i fotogrammi della processione… che per noi termina davanti all’Εκϕραξις (Ekphrasis) di Paolo Menon. Davanti a un compendio di Teologia della Salvezza.
Le croci: è l’ara del sacrificio. Al centro in alto: il Risorto che campeggia e si libra nelle volte eteree dello Spirito, è Lui che trae la creatura umana dal bisogno contingente della terra, simboleggiato dall’anfora, per assurgere ad agnello immolato e vittorioso del mistero pasquale e della fine dei tempi, illuminando e rischiarando il patibolo infame, la croce, fino a renderlo trono di gloria, per sempre legato al nome di Cristo (Χ-Ρ 4), per cui in nessun altro nome c’è salvezza (ιχθυς (ikthys) = pesce, ma anche le iniziali di Gesù Cristo di Dio Figlio Salvatore).
Risurrezione che porta a compimento la creazione: evento centrale dunque. Mistero pasquale simbolicamente raffigurato dal tetramorfo di Ezechiele, mistero predetto e annunciato dai profeti e raccontato dagli evangelisti. Risurrezione che ci viene partecipata nell’Eucaristia, raffigurata dal pane e dalle spighe, come corpo dato e sangue effuso, pane spezzato e vino versato.
Le prime formelle a sinistra e le ultime a destra sono una ulteriore esplicitazione del tema centrale. A sinistra l’Incarnazione storica, il Natale di nostro Signore Gesù Cristo. Sempre a sinistra sotto la suddetta formella il radicamento della salvezza di Cristo nella Chiesa, simboleggiata dall’ancora e dai pesci. Dalla parte opposta, a destra in alto vediamo l’agnello immolato che, per il dono dello Spirito, simboleggiato dalla colomba, ci rende non più spettatori del mistero, ma attori, tralci uniti alla nuova vite, descritta nella formella sotto, la quale è sorgente dell’immortalità raffigurata dal pavone.


(Dal catalogo: «L'Uomo, da Dioniso a Cristo» 2011; testo del pedagogista e teologo don Stefano Peretti)