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ALBERTO ZAINA: LA «METAMORFOSI DI AMPELO» DI MENON S'ISPIRA A NONNO DI PANOPOLI

Otan pino ton oinon eidusi ai merimnai, «Quando bevo il vino scompaiono le preoccupazioni», recita il greco Anacreonte. Il vino e i vetri scintillanti dove le fitte bollicine solleticano il palato ed evaporano lentamente muovendo con i loro profumi i sensi nella nostra civiltà, è associato allo svaporamento delle ansie quotidiane che si cerca accompagnandoci alle coppe del prezioso nettare, che fanno da contorno e premessa agli amorosi approcci per cercare compimento nell’atto che unisce corpi e anime. Bollicine che creano aure di complicità sottili tra l’uomo e la donna. Quasi un rito per la società moderna che echeggia nelle romanze operistiche dell’Ottocento e che, passando per gli spensierati riti della Belle Époque è giunta fino a noi.

Menon però ci riporta al mito antico, antimoderno e precristiano, dove i riti bacchici assumono una valenza che investe l’umanità che affronta il mistero: mistero del vivere e del morire. Mistero che proietta la vita verso gli antri oscuri delle Parche che recidono i fili con la terra del vivere quotidiano. Mistero che l’avvento del Cristo ha rivestito di speranza con la proiezione di ognuno verso l’immortalità del futuro, incomprensibile agli antichi, che ritenevano impossibile un’altra vita dopo che Acheronte aveva traghettato i morti lasciandoli nelle grigie nebbie della palude Stigia. Per loro c’era solo la dannazione all’estinzione perpetua: ombre vaganti nell’Ade.

Solo qualcuno, come Ampelo, il fanciullo amato da Dioniso, per intervento divino riusciva a sopravvivere, sì, ma trasformato come un tralcio, ridotto a vegetale vita, misero conforto alla disperazione del dio.

 

Così scrive Nonno di Panopoli:

Ampelo, hai arrecato dolore a Dioniso che non può provarlo 

Perché nascendo da te il vino con le sue gocce di miele 

Tu arrecassi la gioia a tutte le quattro parti del cosmo 

E libagioni per i beati e felicità per Dioniso:

Bacco signore ha pianto per liberare gli uomini dal dolore. 

A queste parole la Dea parte insieme alle sorelle.

Ed ecco che fra i gemiti a Dioniso appare un grande prodigio: 

l’amato cadavere di Ampelo si risolleva strisciando 

come un serpente e cambia da sé il suo aspetto 

divenendo una pianta soave nella trasformazione,

il ventre diviene un arbusto molto lungo, le dita 

germogliano in rami, i piedi mettono radici, 

i riccioli si fanno grappoli ed anche lei, la pelle di cerbiatto 

prende la forma di un fiore cangiante pronto a maturare in frutto 

il lungo collo getta la sua ombra come un tralcio di vite, 

dal gomito un pollone si piega 

sotto il peso dei grappoli, mentre sulla testa 

le corna ricurve trasformandosi prendono la forma di viticci. 

Là vi erano file sterminate di piante, ed ecco prodursi spontanea 

una vigna che avvolgendo i rami verdi 

Intorno all’albero vicino, lo cinge con i nuovi frutti rosseggianti.

Ma un nuovo miracolo è pronto: un giovane, Cisso, 

arrampicandosi per gioco su un alto albero, 

prende la forma di una pianta che svetta, 

diviene quel rampicante che porta il suo nome e che circonda 

in curvi nodi la vigna appena nata.

Allora Dioniso trionfante si ombreggia le tempie 

Con quelle care foglie che gli inebriano i capelli

Come vino puro. Il ragazzo è appena divenuto pianta 

Che già è possibile cogliere il frutto della vite appena maturata. 

Il dio autodidatta, senza usare né piedi né torchio, 

stringendo un grappolo nel palmo della mano, 

con la sola pressione delle dita intrecciate intorno al frutto che ubriaca 

rivela il succo della vendemmia purpurea.

Ha scoperto la dolce bevanda! - Mentre Dioniso versa il vino, 

le sue dita bianche si bagnano e si arrossano. 

Come coppa usa un corno ricurvo di toro; a fior di labbra 

Bacco gusta quella dolce rugiada,

gusta poi anche il frutto rallegrandosi di entrambe nel cuore, 

pronuncia orgoglioso queste parole: 

Ampelo, è l’ambrosia che tu generi ed il nettare mio Zeus 

Apollo ha due piante è predilette,

ma non mangia l’alloro né può bere dal giacinto. 

La spiga non produce una dolce bevanda; perdonami, Deò, 

ma io offro ai mortali il cibo e non solo la bevanda. 

Ampelo anche la tua morte mi è cara, perfino le reti 

Della Moira si sono addolcite davanti a te e alla tua bellezza, 

davanti a te anche Ade è divenuto pietoso, davanti a te anche lei, 

Persefone, ha mutato la sua dura sentenza 

E ti ha restituito la vita per amore di suo fratello Dioniso. 

Tu non sei morto com’è morto Atinnio: non hai visto 

L’acqua dello Stige, né la fiamma di Tisifone, né l’occhio di Megera. 

Tu vivi ancora, fanciullo, anche se sei morto: non ti ha coperto 

L’acqua del Lete, né una comune tomba, ma perfino lei, 

la Terra, ha provato vergogna a nascondere la tua bellezza. 

Mio padre ti ha reso pianta per glorificare il figlio, 

il re figlio di Crono ha trasformato il tuo corpo in dolce nettare. 

La Natura non ha scritto segni di pianto sulle tue foglie 

Gioiose, come quelli che incise sui fiori di Terapne. 

Tu hai mantenuto, fanciullo, la tua carnagione anche nei germogli 

La tua fine proclama la radiosità delle tue membra; 

non ti ha abbandonato ancora il tuo roseo aspetto. 

Ma non smetterò mai di vendicare la tua morte, 

versando il tuo vino per il sacrificio 

del tuo assassino. 

Tu copri di vergogna le Amadriadi 

un lamento è inciso sui tuoi petali: se in un guardino 

il glorioso Arciere trova la sua corona, io attingo il dolce vino 

e mi cingo di un diadema d’amore, mentre dentro il mio cuore 

in un dolce sorso ho tutto Ampelo».

 

Nonno di Panopoli, il poeta del IV secolo dopo Cristo, a cui Menon si ispira era un pagano, che poi si convertì al Cristianesimo, scrivendo la Parafrasi del Vangelo di San Giovanni. edulcora la mancanza di speranza di vita oltre la morte del pagano rito bacchico, quello che ci offre Menon con la sua lettura drammatica dei Baccanali aboliti. i riti bacchici, riti senza gioia; dove la scura patina bronzea dei visi rivela invece il rovello disperante di una domanda di sopravvivenza oltre la morte che i notturni riti dionisiaci, con le libagioni, sfo- ciavano negli accoppiamenti erotici ed orgiastici, complemento e fine del sacro rito. Disperato grido dei devoti a Dioniso per assicurarsi una sopravvivenza che sapevano impossibile.

Tutto questo ci dice Menon attraverso il suo ritmo narrativo-evocativo: solo barlumi di istanti gioiosi tralucono nella composizione Dionisiaca è la Notte, ma accanto ad essa la delusa pienezza carnale dell’amore di Ebe sedotta dal dio, rivela l’inganno dell’impossibile comunicazione con la divinità.

Ma è l’installazione Dibattito sui Baccanali aboliti a rivelarci in pieno come l’antico rito sacro, anziché sciogliere e lenire le «merimnai», portava invece all’esasperazione, esasperazione del sesso e della forza vitale, che spesso si trasmuta in disperata violenza. Il tirso, simbolo fallico, da strumento di piacere si trasforma in punta che ferisce; il sangue sgorga dalle ferite e non si distingue più dallo scorrere del vino; i devoti celebranti il rito sono ridotti a meccaniche aste panneggiate dalle stole indicanti le gerarchie degli officianti, dai volti in cui il dolore si rapprende nella materia di scuro bronzo delle in maschere che in modo uguale e diverso esprimono il disperato bisogno di «altro», di chi sta «oltre», con il quale si vuol comunicare, ma che si rinchiude in sé.

Baccanali, come riti sacri, che nella nostra era posson venir percepiti come deviante e dissacrante e disperante oscenità o semplicemente come pura carnalità. Ma che facevano parte del modo con cui nell’antichità veniva considerato il «sacro»: misterioso e inviolabile, che non si apre agli altri, ma chiude il cerchio entro la ristretto ambito degli adepti.

Ben diverso dal sacro cristiano che, se attinge a simbologie analoghe a quelle dei riti dionisiaci, proietta i fedeli verso traguardi di sereni orizzonti. Il sacro cri- stiano è anch’esso «mistero», ma vien reso accessibile ad ogni uomo: il circolo chiuso si apre ad abbracciare tutti gli uomini e tutti i tempi anche quelli futuri, dopo la consunzione della vita.

Nonno era «gentile», quindi, che dal paganesimo arrivò diretta- mente al Nuovo Testamento, senza percorrere il cammino della Bibbia del Vecchio Testamento, dove già la vis subdola del vino ingannò Noè e ingannò tremendamente Lot, ma che già prefigurava l’approdo alla Terra promessa e all’ Evangelio (eu-vangelos, la «buona novella») dove non solo c’era la proiezione verso un futuro, ma anche, in attesa del Messia, la vigna e il vino potevano rappresentare la piena gioia delle anime e anche dei corpi. 

Basta lasciarsi trasportare dalle incantevoli melodie di parole del Canto dei Cantici, dove la pienezza della donazione reciproca degli amanti trova l’ambientazione della vigna dell’amore e del succo divino che non fa perdere i sensi e la ragione, ma produce la spirituale e al tempo stesso sensuale pienezza dell’amore.

 

Così Salomone fa dialogare i due innamorati:

Quanto sono dolci le tue carezze, o mia sorella, o sposa mia. 

Come le carezze sono migliori del vino, come l’odore dei tuoi profumi è più soave di tutti gli aromi! 

Sono venuto nel mio giardino, o mia sorella, o sposa mia. 

Ho colto la mia mirra e i miei aromi. Ho mangiato il mio favo di miele. 

Ho bevuto il mio vino e il mio latte. Amici mangiate, bevete, inebriatevi d’amore!

 

Io sono discesa nel giardino dei noci a vedere le piante verdi della valle. A vedere se le viti mettevano le gemme, se i melograni erano in fiore.

 

Come sono belli i tuoi piedi nei tuoi calzari, o figlia di principe! 

I contorni dei tuoi fianchi sono come monili, opera di mano d’artefice. Il tuo ombelico è una tazza rotonda, dove non manca mai il vino profumato. Il tuo grembo è un mucchio di grano, circondato di gigli. Quanto sei bella, quanto sei piacevole, amore mio, in mezzo alle delizie! La tua statura è simile alla palma, le tue mammelle a grappoli d’uva. 

Ho detto: Io salirò sulla palma e mi appiglierò ai suoi rami. Siano le tue mammelle come grappoli di vite, il profumo del tuo fiato come quello delle mele, e la tua bocca come un vino generoso che cola dolcemente per il mio amico e scivola fra le labbra di quelli che dormono.
Io sono del mio amico, usciamo nei campi, passiamo la notte nei villaggi! Fin dal mattino andremo nelle vigne, vedremo se la vite ha sbocciato, se il suo fiore si apre, se i melograni fioriscono. Là ti darò le mie carezze.
Salomone aveva una vigna a Baal-Amon; egli l’affidò a dei guardiani, ognuno dei quali portava, come frutto mille sicli d’argento. La mia vigna, che è la mia la guardo da me; tu Salomone tieni per te i tuoi mille sicli, e ne abbiamo duecento quelli che guardano il frutto della mia.

 

Menon segue Nonno di Panopoli che, partendo dai sacri riti dionisiaci approda alla speranza cristiana e dall’umano accede al divino. Il carnale fondersi del Danzatore enoico, dalla dorata sensuale patina, che si avvinghia al calice e si fonde con esso, lascia il posto al calice da Messa, Getsemani dove il rito sacrificale cristiano, adombrato dalle allusive scene della Passione, Morte e Risurrezione, purificano nel candore della materia accarezzata e plasmata il dramma umano e avvolgono la coppa di puro oro entro il quale si raccoglie il vino del sacrificio cristiano, che il mistero pasquale trasmuta nel sangue infuso del corpo di Cristo. Nel sacro cristiano il cruento rito bacchico dove sangue e sesso si contaminano, si purifica dalle scorie terrene e il vino che si fa sangue imbeve il cristiano non solo di speranza, ma anche di certezza.

È la certezza che accompagnava i pellegrini verso la Terra Santa o a Santiago, che si portavano appresso la Fiasca dove abbeverarsi, mossi da una fede sem- plice e profonda rappresentata con i simboli nei capitelli delle chiese medioevali che Menon evoca. Il fedele, abbeverandosi alla fiasca, corroborava la sua spe- ranza di giungere alla meta terrena sapendo che, anche non realizzandosi il rito del pellegrinaggio, di raggiungere un sacro luogo, avrebbe comunque avuto accesso al misterioso disvelarsi del sacro. Perché il cristianesimo, rivelando agli uomini di fede il sacro, fa in modo che essi possano perseguire la «santità», un concetto sconosciuto agli antichi.

 

Attorno ai due corni del sacro pagano e del sacro cristiano si svolgono i temi e temi e delle modalità espressive di Menon e del suo ispiratore Nonno di Panopoli. Un percorso il sacro degli antichi, che si rinchiude in sé perché teme la profanazione e non esaurisce l’inestinguibile sete di certezza che vien annegata nel vino, e approda al sacro cristiano, che accoglie il mistero dell’incarnazione dall’uomo, attraverso il sangue che si fa vino salutare, rende «santo» il fedele e ne estingue, anche con poche gocce, la sete.

E santo può essere ognuno che creda che in quel vino, oltre a risiedere gioie terrene, si rendano visibili anche quelle ultraterrene. (A.Z.)

Nella foto: La Metamorfosi di Ampelo, scultura di Paolo Menon.

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